Cerco casa a Genova

Aprile 17, 2008 at 6:08 pm | In Il nuovo mondo | No Comments

Lo so, è da un po’ che non scrivo. Nel caso qualcuno capiti per serendipity da queste parti: sono alla ricerca (da maggio) di una camera/monolocale in affitto a Genova.

Preferenze: zona brignole/centro storico, non claustrofobica, con connessione internet, e, nel caso, non disdegno terrazza soleggiata.

Ho già avuto diverse esperienze di condivisione, quindi conosco (e rispetto) tutte le regole-base di convivenza.

Potete contattarmi via mail (nicobruno @ gmail . com) e vi risponderò quanto prima.

Cultura convergente

Ottobre 3, 2007 at 12:44 pm | In Il nuovo mondo, Media | No Comments

Dalla scorsa settimana nelle librerie italiane è arrivato “Cultura Convergente” di Henry Jenkins (Apogeo, 22 euro).

Rispetto all’edizione originale (che risale al 2006, e si sente!), c’è anche una buona prefazione di Wu Ming, che prova a contestualizzare i temi affrontati nel volume al contesto italico (che è tutt’altra cosa rispetto a quello Usa analizzato da Jenkins, soprattutto per i tanti tabù che ancora circondano la cultura pop qui da noi).

Presto, arriverà anche la traduzione italiana di Fans, Bloggers, and Gamers: Media Consumers in a Digital Age. Non l’ho ancora letto, ma stando a quanto mi dice Bernardo, dovrebbe essere ancora più interessante di Cultura Convergente.

Di seguito, invece, la mia recensione uscita su il manifesto - Chips&Salsa di giovedì 27 novembre.

Continue reading Cultura convergente…

Franco

Agosto 30, 2007 at 7:06 pm | In Uncategorized | No Comments

Non l’ho conosciuto di persona. Non ci siamo mai stretti la mano o guardati negli occhi. E questo, forse, rende più difficile fare i conti con la sua scomparsa.

Negli ultimi mesi sono state tante, invece, le telefonate, gli sms, le mail telegrafiche e tempestive. L’ultima ieri sera, per un pezzo in cantiere per chips&salsa.
Ci eravamo sentiti prima delle vacanze: entusiasta, mi segnalava il nuovo libro di Sunstein, su cui aveva scritto un bel pezzo, e mi consigliava di leggerlo, e magari “sviluppare”, “trovare i controesempi positivi”. “Insomma - aggiungeva - continuiamo a fare i titolari di questo filone di riflessioni” (e cioè alimentare il dibattito - secondo lui carente in Italia - sulle posizioni critiche rispetto alla rete).

Ecco, questo era il Franco Carlini che ho conosciuto: generoso, stimolante, aperto, coraggioso, pronto a portare avanti le sue battaglie senza arroccarsi mai. Un vero intellettuale, si sarebbe detto più semplicemente d’altri tempi.

Per un giornalista alle prime armi come me, non è cosa da poco trovare una persona così con cui poter lavorare, confrontarsi, crescere. Soprattutto in Italia, è un’occasione rara, se non unica.

Luciano dice giustamente che Franco è “una persona senza tempo”. E con questa espressione coglie alla perfezione il Franco che c’era, quello che non c’è più e quello che resterà con noi. Per quanto oggi, tra qualche lacrima, l’incredulità e l’incazzatura, sia davvero una brutta giornata.

Development 2.0

Agosto 2, 2007 at 9:49 pm | In Il nuovo mondo | No Comments

Prendendo spunto da questo interessante articolo di Quaggiotto e Wielezynski (segnalato a sua volta da Luca Dello Iacovo), ho scritto questo articolo (+ scheda) per il manifesto - Chips&Salsa. Il tutto è stato poi remixato e ipertestualizzato per uno zoom su VisionPost.

Che dire: quello dello Sviluppo 2.0 (e cioè la cooperazione allo sviluppo in salsa web 2.0) è sicuramente uno degli aspetti che più mi interessa (e convince) della nuova ondata di servizi collaborativi e produttivi in rete.

Da una parte, si sente sempre più l’esigenza di rinnovare l’intero sistema di pratiche vecchio-stampo (Banca Mondiale, Onu, grandi Ong).
Dall’altra, il web ha ormai maturato tutta una serie di tecnologie di socializzazione e organizzazione che permettono di gestire meglio la solidarietà e l’attivismo. Soprattutto se effettivamente disinteressati.

Sarà ingenuo, ma a me sembra ci sia una correlazione felice tra le tensioni utopiche della rete e quella della cooperazione. Si veda alle voci: economia del dono, produzione tra pari, tecnologie di collaborazione, trasparenza, partecipazione.

Gli anticorpi di Keen

Giugno 8, 2007 at 8:55 pm | In Il nuovo mondo | 3 Comments

Ha ragione Sofi. Le posizioni di Andrew Keen sul web 2.0 non sono granché. Molto, molto più stimolanti quelle di Lovink. Eppure consiglio a tutti di leggere il suo libro-pamphlet “The Cult of the Amateur“, uscito da qualche giorno negli Usa e in Gran Bretagna. E non è un consiglio nel segno del bonding. Tutt’altro. Keen è pretestuoso, reazionario, bigotto, distopico, antipatico, anti-tutto per posa. E’ terrorizzato dallo spostamento dei poteri. E dire che l’intervista (qui in versione integrale) che ho fatto per il manifesto è molto più edulcorata rispetto al libro.

Condivido poco e nulla di quanto scrive, a parte le considerazioni sulla privacy, la spinta sulla qualità per i contenuti in rete, e alcuni momenti intelligenti suo argomentare.
Però c’è una cosa che mi piace di lui. Ed è lo stimolo a pensare in maniera problematica tutto quanto sta emergendo online e che tra qualche anno sarà la norma (checché ne dicano i bastian contrari).

Ecco credo che le critiche di persone come Lovink e Keen, per quanto viziate da ideologia o bigotte, possano servirci a costruire una rete migliore. Semplicemente perché, al di là delle retoriche entusiastiche o disfattiste, Internet ci pone di fronte a sfide nuove, più complesse. Ed è bene iniziare a sapere a cosa andiamo incontro: nel bene come nel male.

Keen può aiutarci a riflettere su come sarà il web nel peggior mondo possibile, quello cioè che non ci sarà mai, ma che potrebbe spuntare quà e là, se non avremo introiettato gli anticorpi per comprendere e progettare meglio il felice caos comunicativo della rete.

Networked book

Aprile 2, 2007 at 11:23 am | In Media | No Comments

Qui il nuovo articolo scritto per il Manifesto della scorsa settimana (si parla di libri, tra biblioteche scannerizzate, blook e networked book) + due box su Manituana dei Wu Ming e Medium di Giuseppe Genna.

Genna torna sull’argomento con un bel post, in parla della necessità di

fare uscire il libro dal libro, di evidenziare che il romanzo è soltanto un accidente rispetto a una sfera di possibilità che costituiscono l’immaginario da cui il romanzo cartaceo viene emergendo

Lui ne fa una questione di “utilizzo della Rete come mezzo artistico”:

Per alcuni, questo tempo è il tempo della disperazione. Per altri, questo tempo è il tempo di un nuovo parto. Senza alcuna enfasi o narcisismo, poiché non è questo il punto, credo che il caso di Manituana e di MEDIUM testimonino della rottura delle acque.

Real-economics o utopia solidale? + due post-it

Marzo 15, 2007 at 10:52 am | In Media, Tecnologia | No Comments

Su VisionBlog (oltre che su Chips&Salsa) l’articolo che ho scritto per Il Manifesto.
Si accettano puntate sulla scommessa Carr-Benkler

Sempre dal Manifesto, due post-it.

Il primo è gran bell’articolo di Francesco Piccioni, “Un braccialetto per chi lavora” (E’ uscito qualche giorno fa e resterà online solo una settimana). Il braccialetto in questione è solo un pretesto di attualità per parlare di cose ben più importanti :

Viviamo in un mondo di merci che incorporano quote crescenti di tecnologia. Impariamo ad usarle, fino a non poterne fare a meno. Molte di queste ci hanno effettivamente «sollevato» da un numero incredibile di impegni fisicamente improbi (si pensi soltanto alla funzione rivoluzionaria della lavatrice nel protagonismo sociale delle donne), consegnandoci però ad altre e più sottili dipendenze. Ma ogni tecnologia ha «porte» che si aprono in entrambi i sensi: cosa passa da una parte all’altra - e soprattutto la possibilità di organizzare e «controllare» le reti - dipende soltanto dalla «potenza» del soggetto agente. Che difficilmente potrà mai essere il singolo, con il suo spartano hardware che gli permette di stare in connessione col mondo. E, in definitiva, sotto controllo.

L’altro post-it è l’articolo di CarliniL’illusione della democrazia attraverso i blog“, che espande e contestualizza anche all’Italia tutto il discorso su blog e autoreferenzialità affrontato anche nell’intervista a Lovink.

Sulle forme della democrazia e ancor più sull’illusione del voto in rete su ogni possibile decisione, la discussione è finita da tempo, dopo le ventate tecno-utopiche dei primi anni ‘90 e chi frequenti l’insieme dei blog, specialmente quelli italiani, potrà avere conferma di quanto poco discorsiva, colloquiale e spesso vuota sia la suddetta blogosfera. Noterà come molti autori siano monomaniacali, autoreferenziali e autocitantesi, sovente pronti all’insulto, approssimativi nei giudizi. Persino alcuni tra i migliori giornalisti, da anni nel mestiere e nella rete, quando bloggano, si sentono in dovere di sfoderare fastidiosi toni colloquiali in prima persona, tipo «ho pensato che», «mi arriva una telefonata da ». Ma fai il tuo mestiere, viene da dire: dammi le notizie e il loro contesto, ché delle tue telefonate mi importa assai.

Intervista a Lovink

Marzo 1, 2007 at 3:05 pm | In Media | 1 Comment

Ho intervistato Geert Lovink a proposito del suo ultimo saggio “Blogging, the nihilist impulse“.

Qui l’intervista uscita su il Manifesto di oggi, mentre su Visionblog la versione integrale.

La spallata di Jobs

Febbraio 7, 2007 at 4:51 pm | In Tecnologia | No Comments

Tra i tanti commenti e reazioni che hanno suscitato i pensieri di Jobs su musica e DRM, mi ha colpito questo lungo post di Winer.

Dave riflette sulla scelta di pubblicare il testo direttamente sul sito della Apple e non - come di solito fa Jobs - attraverso il NyTimes o Newsweek.
A parte il vantaggio in termini di immediatezza e di tempo (non ha dovuto aspettare che Markoff redigesse il pezzo/venisse approvato, etc), secondo Winer questa strategia ha permesso alle idee di Jobs di circolare meglio in rete e fuori (come infatti è stato… A proposito domani aspettatevi fiumi di inchiostro sulla stampa italiana che arriverà sulla notizia con le consuete 48 ore di ritardo: speriamo venga almeno approfondita un po’!) e senza il filtro di una testata giornalistica.

“Jobs wanted to communicate more precisely this time, without the filters of other media companies. To me the clear subtext of the Jobs piece is that Apple is today a media company. When the CEO goes direct to the people he wants to influence, without using other media to carry the story, something not too subtle has changed”.

Anche questa è disintermediazione. Winer dice che da oggi la Apple è una media company.
Estremizzando un po’ il suo punto di vista, a me sembra che Jobs abbia dato un’altra lezione di stile all’industria tradizionale (dell’informazione, in questo caso). E cioè: i media mainstream non stanno tra noi per “creare le notizie” (cosa che tendono sempre più a fare, pur di recuperare - momentaneamente - qualche lettore che si è perso), ma per riportarle e, al limite, approfondirle.

L’impulso nichilista dei blog

Gennaio 16, 2007 at 11:43 pm | In Tecnologia | 14 Comments

Interessante, chilometrico articolo (qui in pdf) di Geert Lovink pubblicato su Eurozine sulla natura sociale e filosofica del blogging.

Al solito il suo approccio teorico è originale e per molti versi (ma non in assoluto) illuminante e condivisibile.

Andando al di là di ogni retorica (citizen o partecipativa), Geert sostiene che i blog rappresentano un artefatto decadente attraverso cui il modello dei media di massa sta vivendo il suo declino.

Seppur opponendosi in maniera ideologica ai modelli top-down, i blog crescono e proliferano proprio all’interno delle logiche di questi modelli di cui costituiscono semplicemente l’ultima fase: quella nichilista.

Lovink tocca anche l’argomento dell’autoreferenzialità (o Homophily, come la chiamano i psicologi sociali) caratteristica di ogni comunità sociale, e che i blogger ancora difficilmente riescono ad accettare.

Estrapolo (e traduco a mo’ di aforismi) un po’ di passaggi attorno a cui si avvita il suo ragionamento. Sono interessanti, se non altro per un’ulteriore discussione:

I weblog sono i successori della homepage dell’Internet degli anni 90 e creano un mix di privato (diario online) e pubblico (pubbliche relazioni personali)

Nonostante i tanti tentativi di presentare i blog come alternativi ai media mainstream, spesso sono più precisamente descritti come “canali di ritorno”. (…) Ciò che i blog ordinari creano è una nuvola densa di impressioni intorno a un argomento. I blog ti dicono se il tuo pubblico è ancora sveglio e recettivo. I blog sono un test.

I blogger assomigliano più a un esercito di formiche che contribuiscono alla grande moltitudine chiamata “opinione pubblica”. Raramente i blogger aggiungono nuovi fatti a una notizia. Trovano buchi in un prodotto o in un articolo, ma raramente smascherano la ragnatela.

Il blogging non nè un progetto, nè una proposta, ma una condizione la cui esistenza è da riconoscere.

I blog stanno testimoniando e documentando il decrescere del potere dei media mainstream, ma non sono riusciti a sostituire la loro ideologia con una alternativa.

Secondo la filosofia utopica dei blog, i mass media sono condannati a morire. Il loro ruolo sarà preso dai “media partecipativi”. La diagnosi finale è stata fatta e stabilisce: le organizzazioni top-down non potranno funzionare a lungo, la conoscenza non può essere gestita, oggi il lavoro è collaborativo e reticolare. Ma, nonostante i tanti segnali di guerra, il sistema continua ancora a (dis)funzionare con successo.

I blog portano alla decadenza. Si suppone che ogni nuovo blog contribuisce alla caduta del sistema dei media che ha dominato il 20simo secolo. Questo processo non è quello di un’improvvisa esplosione. L’erosione dei mass media non può essere facilmente tracciata a partire dalle vendite stagnanti e dal declino dei lettori di giornali. In molte parti del mondo la televisione va ancora forte

Ciò che sta decadendo è la Credenza nel Messaggio. E’ il momento nichilistico, e i blog facilitano questa cultura come nessuna piattaforma ha fatto fino ad ora. Venduti dai positivisti come cronache dei citizenmedia, i blog assistono gli utenti in questo passaggio dalla Verità al Nulla.

Il messaggio stampato e trasmesso ha perso la sua aura. Le notizie sono consumate come un bene (commodity) con un valore di intrattenimento.

Invece di presentare ancora i blog come self-promotion, dovremmo interpretarli come artefatti decadenti che smantellano il potente e seduttivo potere dei media broadcast.

I blogger sono nichilisti perchè sono “buoni a nulla” (…) hanno trasformato la loro futilità in una forza produttiva. Sono i nothingist che celebrano la morte delle strutture di significato centralizzate e ignorano l’accusa che loro potrebbero produrre solo rumore.

Solitamente associato con con la credenza pessimistica che tutta l’esistenza è senza senso, il nichilismo dovrebbe essere una dottrina etica secondo cui non ci sono assoluti morali o leggi di natura infallibili e che la “verita” è ineluttabilmente soggettiva.

Visti dalla prospettiva della classe politica, i blogger possono essere strumentalizzati come “indicatori di opinione”. Ma, possono molto facilmente essere scaricati il giorno dopo come “pajama journalist” e ignorati come rumore.

Non importa quanto si parla di “community” e “mobs”: rimane il fatto che i blog sono utilizzati soprattuto come strumento per la gestione del sè.

I blog sono parte di una più ampia cultura che fabbrica celebrità a qualunque livello.

“Se democratizzi i media, poi finirai con democratizzare i talenti. La conseguenza non voluta di tutta questa democratizzazione, parafrasando l’apologeta del web 2.0 Thomas Friedman, è l’appiattimento culturale”. E Nicholas Carr aggiunge: “Alla fine ci ritroviamo con non molto che ‘il piatto rumore delle opinioni’ - l’incubo di Socrate”.

“Networking inizia e finisce con una pura auto-referenzialità” scrive Friedrich Kittler, e questa autopoiesi non è chiara da nessuna parte come nella blogosfera. I protocolli sociali di opinione, inganno e credenza non possono essere separati dalla realtà tecnica dei network, e nel caso dei blog questo finiscono col diventare routine.

Sembra che nel contesto del blogging, la costruzione autoreferenziale di un gruppo sia ancora un concetto nuovo.

E’ troppo facile che c’è una libertà di espressione e che i blog materializzano questo diritto. Lo scopo della libertà radicale è creare autonomia e sopraffare il dominio delle media corporations e il controllo dello stato, e non più essere disturbati dai loro canali.
La maggior parte dei blog mostrano una tendenza opposta. (…) Invece di una appropriazione selettiva, c’è una ultra-identificazione e dipendenza, in particolare rispetto alla velocità del riportare in presa diretta.

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