Blog dietro le sbarre

gennaio 23, 2010 alle 2:40 pm | Pubblicato su Il nuovo mondo, Media | 2 commenti

Inchiesta pubblicata su Chips&Salsa/Il Manifesto di Sabato 23 Gennaio.
Qui il file in versione pdf, dove si può leggere anche un’intervista a Ethan Zuckerman (“Portiamo Internet in tutte le carceri”) e si parla del progetto del MIT Between the Bars.

La foto a destra è dell’escape artist Ronald Tackmann.

PRIGIONE 2.0
Blog dietro le sbarre
Sempre più  detenuti gestiscono diari online dal carcere. Per denunciare violenze e maltrattamenti, ma anche per condividere pensieri ed emozioni con chi sta fuori. Le storie di Shaun Attwood, Carlo Parlanti, Ben Gunn e del progetto torinese “Dentro e fuori”.

di Nicola Bruno

FUGA DA ARPAIO
19 Febbraio 2004, Carcere di Maricopa (Arizona) – «La toilette accanto al letto è piena fino all’orlo. Da tre giorni manca l’acqua corrente. Gli altri detenuti si abbandonano a comportamenti infantili: per defecare usano i sacchetti di plastica in cui viene servito il pane ammuffito della colazione. E le buste restano per ore nella cella. (…) Abbiamo chiesto un intervento alle autorità sanitarie. Spero vengano al più presto a salvarci da questa situazione. (…) Nel frattempo ho ricevuto una lettera da Claudia, dice che mi resterà accanto, qualunque cosa succeda. Grazie a suo fratello, sono riuscito a farle arrivare un mazzo di rose per San Valentino».
Inizia così il primo post pubblicato su Jon’s Jail Journal (Diario dal carcere di Jon), uno dei primi blog a raccontare online la vita quotidiana dietro le sbarre.
Era il 2004 e Jon era lo pseudonimo di Shaun Attwood, un giovane inglese trasferitosi da poco negli Stati Uniti, dove faceva il broker di giorno e l’organizzatore di rave nei weekend. Per una storia di droga era stato condannato a nove anni da scontare in una dei peggiori carceri statunitensi. Quella dello sceriffo Joe Arpaio, tristemente famoso per il duro regime imposto ai propri detenuti («decine di morti sospette, scarsa igiene, cibo avariato», ci dice Shaun), oltre che per le trovate discutibili, tipo l’idea di installare quattro telecamere nel carcere e trasmettere tutto online.
«Un giorno, però – racconta Shaun Attwood a Chips&Salsa – ho chiesto a una guardia “Come fa Arpaio a gestire così questo carcere?” E la sua risposta – “Il mondo non ha nessuna idea di cosa succede qui dentro” – mi ha fatto venire voglia di raccontare tutto. Ma come? L’unica cosa che potevo fare era parlarne con i miei genitori nelle lettere». L’idea è arrivata proprio dal padre che in quei giorni stava leggendo sui giornali inglesi le cronache di Salam Pax, il giovane iracheno che curava un blog da Baghdad sotto i bombardamenti. «Mi ha inviato il libro di Pax, proponendomi di aprire un blog dove pubblicare le lettere che gli inviavo. L’idea mi è piaciuta subito. Anche se dovevo stare molto attento a non essere scoperto. All’epoca mia zia Ann veniva a visitarmi ogni settimana, e così ho pensato di nascondere i post tra le altre scartoffie che le davo per le pratiche legali». A pubblicare tutto ci pensava poi il padre che, nelle lettere di risposta, inviava a Shaun anche i commenti dei lettori. Dopo che la sua storia è finita sulla prima pagina di The Guardian e in un servizio della BBC, le reazioni degli utenti non sono mancate. E lo scandalo della prigione dello sceriffo Arpaio ha fatto il giro del mondo. «Scrivere è stata una potente forma di catarsi. Far conoscere all’esterno il luogo in cui mi trovavo mi ha aiutato a superare lo stress e le paure. Non mi sentivo più solo». Quando nel 2008 Shaun è stato rilasciato, ha deciso di non chiudere il suo diario online. E ancora oggi continua a utilizzarlo per promuovere una campagna contro lo sceriffo Arpaio e per discutere dei temi legati alla vita di carcere. «Ricevo decine di lettere a settimana. Spesso sono da parte di ex-prigionieri che vogliono condividere il dopo-carcere con persone che hanno avuto la stessa esperienza». Shaun oggi vive a Guilford, vicino Londra, tiene conferenze in giro per il paese e ha appena pubblicato un libro autobiografico. Più che i metodi di Arpaio, è stato un semplice blog a salvarlo da un’esperienza che di educativo non ha avuto proprio nulla: «Ora sono una persona diversa. Senza il blog, forse, sarei uscito ancora peggio di come ero entrato a Maricopa».

DENTRO E FUORI
Torino, Casa Circondariale Lorusso e Cotugno – Mentre Shaun continuava a scrivere di nascosto dall’Arizona, nel 2006 in Italia nasce Dento e Fuori, blog collettivo della Casa Circondariale Lorusso e Cotugno di Torino. A scrivere sono i detenuti della sezione Prometeo, struttura che ospita malati di Aids e tossicodipendenti, a cui poi si sono aggiunte anche quelle della Femminile: il blog fa infatti parte delle attività promosse dalla direzione (e questo è un caso unico al mondo). Ad animare il progetto è un gruppo di volontari dell’Onlus “Il Contesto” che ogni settimana incontrano i detenuti, raccolgono i loro pensieri scritti su carta e poi li trascrivono sul blog. I commenti vengono stampati e girati agli autori, che possono così instaurare un dialogo con i propri lettori. «Incentiviamo soprattutto i rapporti con gli sconosciuti. In carcere si tende a mantenere relazioni sempre con le stesse persone: i concellini, i familiari. E’ difficile potersi aprire a nuovi punti di vista», ci spiega Hermes Delgrosso, uno degli ideatori. A differenza degli altri blog dal carcere, i detenuti non hanno un volto e un nome, ma scrivono sotto pseudonimo: «C’è il rischio che un futuro datore di lavoro possa inserire il nome su Google, vedere che si tratta di un ex-detenuto e decidere di non assumerlo». Scorrendo i post di Dentro e Fuori si trovano storie molto diverse dai racconti dell’orrore di Shaun Atwood, ma non per questo meno coinvolgenti. C’è chi come Liana, parla della routine quotidiana, non senza una punta d’ironia: «Giornate uguali l’una all’altra. Ti aggrappi a qualsiasi cosa pur di uscire dalla cella, parlare con i vari psicologi o volontari (…). Il colloquio con i familiari poi è un avvenimento mondano. Se ne parla giorni prima e giorni dopo. Ci si chiede: “Che cosa posso indossare? Come mi pettino? Come mi trucco?” senza pensare che ai nostri cari basta il vederci e parlare con noi, neanche badano a come siamo vestite o truccate». Spesso, poi, arrivano commenti di ex-detenuti: «Mi chiamo Giuseppe ed ho 30 anni. Non sto a qua a scriverti tutti i soliti luoghi comuni. Io ti capisco, capisco ciò che vuoi dire. Sono stato “dentro” anche io». I racconti personali (la maggioranza) si alternano a commenti sulla politica e la società. Ma l’aspetto più interessante è un altro: i legami che nascono tra i detenuti e insospettabili lettori, come ci racconta Hermes Delgrosso: «Un gruppo di anziani di una casa di riposo vicino Torino (quasi tutti ultra-ottantenni) ha scoperto il blog e lo segue come attività interna. Leggono i post e poi pubblicano i loro commenti. Pensa che molti detenuti quando escono vanno subito a trovarli, per dare un volto ai loro corrispondenti immaginari».

LE VOCI DENTRO
California, Carcere di Avenal – Da Torino agli Stati Uniti, le voci dei detenuti riempono sempre più pagine della rete, spesso con finalità molto diverse tra loro. Come nel caso di Prison Diaries, progetto promosso in Jamaica per educare i prigionieri a utilizzare i blog e i podcast per raccontare la dura realtà in cui si trovano. O ancora Voices of the Avenal prison, blog dei detenuti della prigione di Avenal, in California. A curare quest’ultimo è l’italiano Carlo Parlanti, da quattro anni in carcere per una controversa storia di “giustizia ingiusta”: è stato condannato per stupro e molestie sessuali sulla base di prove poi dimostratesi del tutto infondate. Parlanti da anni lotta per vedere riesaminato il proprio caso (sul sito web http://www.carloparlanti.it c’è tutta la documentazione), ma il blog preferisce utilizzarlo per dare visibilità ai lavori creativi dei suoi compagni. Grazie ai salti mortali tecnologici della compagna Katia Anedda, riusciamo a sentire Parlanti via Skype per quindici minuti (interrotto a intervalli regolari da una voce pre-registrata che ci ricorda minacciosamente di essere collegati con il carcere di Avenal): «Abbiamo deciso di aprire questo blog per dare all’esterno un’immagine diversa della vita in carcere. Pubblichiamo le poesie, i disegni e i racconti dei miei compagni. Preferiamo evitare le storie di denuncia, per far arrivare all’esterno quello che di buono si muove qui dentro. Negli Stati Uniti i detenuti sono considerati meno di zero. Un blog con troppi lamenti potrebbe essere visto come lo sfogo di persone che hanno perso ogni dignità».

DIRITTO DI BLOGGING
Inghilterra, carcere di Shepton Mallet – La battaglia per la dignità e i diritti dei detenuti accomuna anche Ben Gunn, cittadino inglese in carcere dall’età di 14 anni per l’omicidio di un coetaneo. Gunn ora ha 44 anni, sta conseguendo un dottorato con una tesi su «Azioni non violente nelle carceri» ed è il segretario dell’Associazione inglese dei detenuti. Da qualche anno anche lui gestisce un blog da dietro le sbarre (Prisoner Ben), aggirando il divieto di connessione «grazie alla Royal Mail e ai generosi sforzi di una serie di amici». Di recente le autorità inglesi hanno provato a oscurare le sue pagine online, scatenando un acceso dibattito. «Il tentativo di bloccare il mio blog è la riprova che ho fatto bene a venire allo scoperto», ha spiegato Gunn su The Guardian in un articolo che ha attirato centinaia di commenti. Anche grazie questo tam-tam, Prisoner Ben alla fine non è stato oscurato e si sta affermando come una delle migliori fonti per seguire il dibattito sulle carceri inglesi, andando oltre gli «gli stereotipi e le campagne da tabloid, il cui unico scopo è di relegare i criminali a uno status subumano». Tra i tanti metodi di lotta non violenta, Ben suggerisce anche l’apertura di un blog. Per quanto la gestione sia ancora complicata (si veda box in alto), rappresenta un’ottima arma di militanza e di autodifesa dagli abusi. Ma è anche un’occasione, per noi che stiamo fuori, per avvicinarci con meno pregiudizi a chi trascorre un pezzo di vita all’interno delle carceri, tra indifferenza e diritti negati.

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  1. thanks for mentioning me in your article!

  2. just translated it and read it, great piece!


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