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		<title>Potere Pirata</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Oct 2009 12:32:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nico</dc:creator>
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Articolo pubblicato su D &#8211; La Repubblica delle Donne di Sabato 24 Ottobre, 2009
MOVIMENTI
Potere Pirata
 Il partito dei &#8220;liberatori del web&#8221; è l&#8217;ultima grande novità politica. In tutta Europa meno che in Italia.  Ecco perché. Con una mappa di tutte le formazioni europee

Uno spettro si aggira per l&#8217;Europa e non è il comunismo, ma [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=nicolabruno.wordpress.com&blog=475795&post=201&subd=nicolabruno&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img class="alignright size-full wp-image-204" title="pirati2" src="http://nicolabruno.files.wordpress.com/2009/10/pirati2.jpg?w=186&#038;h=250" alt="pirati2" width="186" height="250" /></p>
<p><em></em><em>Articolo pubblicato su D &#8211; La Repubblica delle Donne di Sabato 24 Ottobre, 2009</em></p>
<p>MOVIMENTI<strong><br />
Potere Pirata<br />
</strong> <em>Il partito dei &#8220;liberatori del web&#8221; è l&#8217;ultima grande novità politica. In tutta Europa meno che in Italia.  Ecco perché. Con una mappa di tutte le formazioni europee<br />
</em></p>
<p>Uno spettro si aggira per l&#8217;Europa e non è il comunismo, ma il Partito Pirata. Dopo l&#8217;exploit svedese delle elezioni europee (7,1% e un candidato eletto), buoni risultati sono arrivati dalle politiche tedesche: quasi un milione di preferenze, il 13% tra gli elettori al primo voto, per lo più maschi e &#8220;nerd&#8221;. E così, dopo anni di sconfitte e disorganizzazione, la galassia delle formazioni inizia a espandersi: Francia, Inghilterra, Austria, Danimarca e Spagna possono già contare su partiti registrati, pronti a presentare liste autonome alle prossime consultazioni. E a far leva, come in Svezia e Germania, su una protesta giovanile crescente per le tante leggi oscura-Internet approvate di recente. In Italia, invece, non esiste ancora un Partito Pirata ma un&#8217;associazione che segue le orme dei precursori svedesi: alle Europee ha candidato un rappresentante tra le fila di Sinistra e Libertà, senza molto successo ma con la valutazione, a posteriori, che resta ancora molto da fare sia sul piano culturale che politico. &#8220;Il Partito Pirata Italiano (PPI) viene percepito come l&#8217;iniziativa di qualche opportunista disposto a cavalcare il fenomeno del file sharing &#8211; ha commentato Alessandro Bottoni, il leader del movimento candidato alle ultime elezioni &#8211; o come una goliardata portata avanti da un gruppo di ragazzini. Questo anche a causa di un nome che vorrebbe essere una provocazione, ma che viene letto da molti come un manifesto dell&#8217;illegalità&#8221;. <span id="more-201"></span></p>
<p><strong>Questione di banda<br />
</strong>Solo una questione di nome e di pregiudizi culturali? No, secondo Adam Arvidsson, docente di Sociologia alla Statale di Milano e attento osservatore del movimento fin dai suoi esordi: &#8220;Innanzitutto in Italia c&#8217;è una bassissima diffusione della banda larga e quindi anche una scarsa presenza di Internet nelle pratiche quotidiane. Non c&#8217;è molta consapevolezza sull&#8217;importanza della tecnologia per il futuro, come tra i giovani degli altri Paesi europei. Che oltre a essere più scolarizzati, sono anche più reattivi: in Svezia il Partito Pirata ha toccato cifre bulgare (oltre il 90%) nelle facoltà di Ingegneria&#8221;. A tutto ciò bisogna aggiungere poi &#8220;la generale passività politica e la forte disillusione nei confronti delle istituzioni. Se anche si fa largo qualche tentativo di smuovere le acque, come quasi tutte le iniziative progressiste di questi tempi, resta sempre minoritario&#8221;.</p>
<p><strong>Contro il controllo di Stato</strong><br />
Certo, a discolpa dei pirati italiani si potrebbe dire che in Svezia l&#8217;affermazione è arrivata solo dopo tre anni di pesanti sconfitte: prima della visibilità raggiunta con il processo a Pirate Bay (il sito recentemente condannato con una multa milionaria), il Pirat Partiet non aveva mai superato la soglia dello 0,6%. E lo stesso in Germania, dove i consensi sono arrivati sull&#8217;onda delle proteste per l&#8217;approvazione di una legge che introduce il &#8220;controllo di Stato online&#8221;. Tentativi simili non sono mancati in Italia: nell&#8217;ultimo anno sono stati presentati quattro disegni di legge che, con motivazioni diverse, intendono &#8220;regolamentare&#8221; Internet. Eppure &#8220;tutto ciò non ha mai portato a una mobilitazione di massa. Né a una maggiore consapevolezza dell&#8217;importanza dei diritti digitali&#8221;, sottolinea Arvidsson.</p>
<p><strong>I nuovi Verdi</strong><br />
Se in Italia la strada da fare è ancora lunga, lo stesso non si può dire per Svezia e Germania: dopo i recenti boom elettorali, diversi osservatori hanno parlato di nascita dei &#8220;nuovi Verdi&#8221;. I pirati sembrano avere molto in comune con le formazioni Green nate negli anni Ottanta in nome della lotta al nucleare: una piattaforma politica focalizzata su pochi temi specifici, la capacità di attirare il voto giovanile in maniera trasversale agli schieramenti tradizionali, la componente di protesta. &#8220;Anche se è ancora presto per dire se riusciranno a diventare una presenza fissa nelle istituzioni&#8221;, avverte Arvidsson. &#8220;Dipende dalla direzione che prenderanno. Solo se daranno vita a una piattaforma politica più estesa (includendo i diritti dei lavoratori della conoscenza, il reddito minimo di cittadinanza, la libertà di informazione), potranno diventare i nuovi Green. Se invece resteranno legati solo alle questioni di Internet &#8211; e questa sembra la direzione intrapresa dalla formazione svedese &#8211; non faranno molta strada&#8221;.</p>
<p><strong>MAPPA DEL POTERE PIRATA </strong></p>
<p><strong>Svezia</strong><br />
Oltre 50mila iscritti, la maggior parte provenienti da Ung Pirate, il braccio giovanile del movimento. Dopo aver portato il primo eurodeputato a Bruxelles (grazie ai voti degli under 30: in Svezia uno su cinque vota pirata), il Pirat Partiet resta il punto di riferimento per le altre formazioni europee. Che hanno seguito alla lettera il programma politico in tre punti elaborato nel 2006 da Rickard Falkvinge: 1) Limitazione a cinque anni del copyright per scopi commerciali e libertà di copia per l&#8217;utilizzo privato; 2) Riforma della legislazione sui brevetti industriali, a cominciare da quelli farmaceutici; 3) Difesa della privacy online. Oltre alla piattaforma per il file sharing (Pirate Bay) e alla formazione politica (Pirat Partiet), gli svedesi possono contare anche su un think tank (Piratbyrån, il bureau della pirateria) che dal 2003 detta la linea ideologica del movimento. Magnus Eriksson, uno dei fondatori, ripete spesso: &#8220;Il 1999 è stato il nostro 1968&#8243; (nel 1999 nasceva Napster, il primo programma di file sharing).</p>
<p><strong>Germania</strong><br />
Nato nel 2006, il Piratenpartei tedesco è una delle formazioni più radicate del Vecchio continente. Alle elezioni federali ha ricevuto 900mila preferenze: una quota che non è bastata a conquistare un seggio (in Germania c&#8217;è uno sbarramento del 5%). È andata meglio lo scorso 30 agosto, quando il partito ha corso per le elezioni amministrative, riuscendo a far eleggere due consiglieri comunali (a Monaco e Aachen).</p>
<p><strong>Francia</strong><br />
Fino a poco tempo fa in Francia si contavano sei diverse formazioni pirata, frammentazione superata lo scorso mese con la confluenza in un unico partito. A compattare il fronte pirata ha contribuito l&#8217;approvazione di uno dei più duri provvedimenti anti-file sharing d&#8217;Europa, la controversa legge Hadopi (tre errori e sei disconnesso dalla rete). &#8220;Possiamo contare su diverse centinaia di iscritti, la maggior parte maschi tra i 20 e i 35 anni, ma anche casalinghe, pensionati, ex sessantottini. E soprattutto artisti che combattono per una migliore legislazione in tema di copyright&#8221;, ci racconta Valentin Villenave, uno degli attivisti storici. Qualche settimana fa c&#8217;è stata anche la &#8220;prima volta&#8221; in un&#8217;elezione amministrativa: &#8220;Senza molte risorse umane e finanziarie, abbiamo raggiunto un ottimo 2%&#8221;.</p>
<p><strong>Inghilterra</strong><br />
Anche in Inghilterra a spingere i pirati a fare sul serio (passando da semplice associazione a partito organizzato) è stata la proposta del governo Labour di una legge anti-file sharing ispirata all&#8217;Hadopi francese (spalleggiata da artisti come Elton John e James Blunt). &#8220;Siamo nati da due mesi e già abbiamo attirato 500 soci paganti e oltre 7.000 supporter&#8221;, ci racconta Andrew Robinson del comitato centrale. &#8220;Ancora non abbiamo mai presentato liste autonome, ma lo faremo presto&#8221;. Al di fuori però di ogni logica destra/sinistra: &#8220;I Labour stanno facendo una pessima politica sui temi di Internet e anche i Verdi hanno votato a favore dell&#8217;introduzione di filtri. Per questo non possiamo identificarci con le vecchie categorie politiche&#8221;.</p>
<p><strong>Austria</strong><br />
Circa 350 sostenitori, per una delle formazioni più attive d&#8217;Europa, nata sull&#8217;onda delle proteste per la legge oscura-Internet del 2007. &#8220;Due anni fa è stato approvato un provvedimento che permette alla polizia di risalire all&#8217;identità di chi si connette online, come pure di localizzare un cellulare senza il permesso della magistratura. Ci siamo opposti con una forte mobilitazione nelle scuole e nelle strade&#8221;, ci spiega Max Lalouschek. &#8220;Ora siamo pronti a fare il grande salto nelle istituzioni: alle prossime elezioni correremo con una lista tutta nostra&#8221;.</p>
<p><strong>Gli altri<br />
</strong>Partiti ufficialmente registrati (ma ancora sulla via dell&#8217;organizzazione) sono presenti anche in Spagna, Danimarca, Finlandia, Lussemburgo, Polonia, Svizzera. A parte le repubbliche dell&#8217;ex Jugoslavia, in tutti gli altri Paesi europei esistono associazioni ispirate al Pirat Partiet svedese.</p>
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		<title>Nirvana per tutti</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Oct 2009 19:41:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nico</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Media]]></category>

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		<description><![CDATA[Articolo pubblicato su D &#8211; La Repubblica delle Donne di sabato 10 ottobre 2009
Nirvana per tutti
Band e poeti del movimento indie? Oramai sono assimilati e amati da qualunque pubblico. Ma allora, qual è il ruolo degli (ex) artisti indipendenti?
di Nicola Bruno

L&#8217;indie è morto, viva l&#8217;indie. Cosa resta del movimento che, diversi anni fa, prometteva di [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=nicolabruno.wordpress.com&blog=475795&post=186&subd=nicolabruno&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:left;"><a href="http://dweb.repubblica.it/dweb/2009/10/10/lifeetendenze/lifeetendenze/214son666214.html"><img class="size-medium wp-image-187 alignright" title="D_Repubblica_Indie_Culture" src="http://nicolabruno.files.wordpress.com/2009/10/d_repubblica_indie_culture.jpg?w=300&#038;h=198" alt="D_Repubblica_Indie_Culture" width="300" height="198" /></a><em>Articolo pubblicato su D &#8211; La Repubblica delle Donne di sabato 10 ottobre 2009</em></p>
<p><strong>Nirvana per tutti</strong></p>
<p><em>Band e poeti del movimento indie? Oramai sono assimilati e amati da qualunque pubblico. Ma allora, qual è il ruolo degli (ex) artisti indipendenti?</em></p>
<p>di Nicola Bruno<em><br />
</em></p>
<p>L&#8217;indie è morto, viva l&#8217;indie. Cosa resta del movimento che, diversi anni fa, prometteva di dare uno scossone al mondo dell&#8217;arte e della cultura? È ancora vivo e vegeto sulla scena underground oppure, nel momento in cui ha ceduto alla tentazione del trendy, si è avviato verso un lento declino?<br />
Dopo tanto sottobosco (le sue radici affondano nella cultura hippie e punk), l&#8217;indie ha conosciuto un improvviso successo agli inizi degli anni &#8216;90. Non solo nella musica, ma anche nel cinema, nella letteratura, nel giornalismo, nel design, fino a diventare una filosofia di vita (all&#8217;insegna del fai-da-te creativo e di un fiero spirito anti-corporate) e una moda di massa: jeans strettissimi, All Star colorate e walkman alle orecchie, magari ascoltando a tutto volume Slanted and Enchanted (album d&#8217;esordio dei <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Pavement">Pavement</a>, una pietra miliare per gli indie duri e puri).<br />
Disco che, non a caso, dà il titolo anche all&#8217;ultimo libro di <a href="http://www.oakestown.org/">Kaya Oakes</a>, <a href="http://www.amazon.com/Slanted-Enchanted-Evolution-Indie-Culture/dp/0805088520"><em>Slanted and Enchanted. The Evolution of Indie Culture</em></a> (Holt Paperbacks). L&#8217;autrice ha vissuto in prima persona tutte le fasi del movimento: ha pubblicato poesie per case editrici indipendenti, diretto un&#8217;eclettica rivista ormai chiusa (la pluripremiata Kitchen Sink) fino a diventare docente a Berkeley. Anche lei, insomma, è un po&#8217; l&#8217;emblema dell&#8217;alternativo che si è fatto mainstream. A quale prezzo?<br />
<span id="more-186"></span><br />
<strong>Da Cobain al fast food</strong><br />
&#8220;Mai come oggi la linea di demarcazione tra indie e mainstream è stata così confusa&#8221;, riconosce Oakes. &#8220;Tutto è iniziato quando i Nirvana sono diventati popolari, all&#8217;inizio degli anni &#8216;90. È stato allora che molte etichette, riviste e case editrici di fumetti si sono ritrovate sotto i riflettori di un pubblico globale&#8221;. Ed è stato a quel punto che è partito prima il saccheggio delle idee, poi la cooptazione vera e propria (ogni major e casa editrice ha ormai una divisione indipendente). &#8220;Il che ha spesso significato uno sfruttamento più o meno velato. Il peggiore è stato quello dei gruppi <strong>Riot Grrrl</strong> (genere hardcore punk, caratterizzato da un forte impegno femminista, ndr). Al momento della comparsa hanno avuto forte risalto sulle riviste e nelle gallerie d&#8217;arte. Quanto è bastato perché il fenomeno venisse intercettato dalle major. E così sono subito arrivate le Spice Girls: con il loro girl power proponevano una versione decisamente più annacquata (e costruita a tavolino) del femminismo. Poco dopo sono comparse decine di donne rocker arrabbiate, come Alanis Morissette o Meredith Brooks, portavoci di una versione falsa e morbida del femminismo, ma comunque trendy. Il tutto, ovviamente, ha lentamente portato i gruppi di Riot Grrrl a scomparire&#8221;. Gli esempi di mimetizzazione indie messi in campo dalle grandi corporation non finiscono qui: si vedano le catene di caffetterie e fast food che fanno debranding (cioè lanciano sotto-brand con un alone più &#8220;autentico&#8221;), o quelle di abbigliamento che sfruttano la creatività di giovani designer indipendenti. Non solo green-washing, quindi, bisogna fare attenzione anche all&#8217;indie-washing!</p>
<p><strong>Bassa fedeltà 2.0</strong><br />
Eppure, una volta tanto, non è tutta colpa delle grandi corporation. Ad accelerare il processo di disgregazione ci si è messa anche la tecnologia. Se è vero, come spiega Kaya Oakes, che &#8220;a rendere qualcosa davvero indie sono i mezzi di produzione scelti, che devono essere semplici, a basso costo e unici (in contrapposizione a quelli seriali e ad alta fedeltà della produzione di massa)&#8221;, dove comincia e dove finisce l&#8217;indie, ora che le tecnologie digitali permettono a chiunque di fare a meno delle major? Ormai basta un profilo su MySpace e YouTube per presentarsi come un artista indipendente. La bassa fedeltà (lo-fi) di cui sono stati apripista i Pavement è dappertutto: video sgranati girati nel salotto di casa, tracce registrate nel garage&#8230; Vai a capire, poi, quanto ci sia di autentico e ribelle in tutto ciò.</p>
<p><strong>Vincitori e vinti</strong><br />
È per questo che c&#8217;è chi già guarda oltre: &#8220;Non ha più senso parlare di indie. Ormai il fenomeno è morto e sepolto&#8221;, dice <a href="http://rnash.com/">Richard Eoin Nash</a>, ex direttore di Soft Skull Press, storica casa editrice indipendente newyorkese. &#8220;Il che può andare anche bene, perché significa che alla fine abbiamo vinto. L&#8217;irresistibile declino delle major, della tv e dell&#8217;editoria tradizionale ne sono il segnale&#8221;. Se quindi le tecnologie digitali e Internet costituiscono, allo stesso tempo, il trionfo e la morte della cultura indie, cosa faranno ora gli ex artisti indipendenti? &#8220;È arrivato il momento di una Nuova Autenticità&#8221;, rilancia Eoin Nash. E cioè, di strumenti che permettano di difendersi dalle manovre di indie-washing delle grandi corporation, ma anche dall&#8217;inquinamento dell&#8217;indipendente-amatoriale 2.0. &#8220;Come ogni grande fenomeno culturale&#8221;, aggiunge Kaya Oakes, &#8220;anche quello indie segue percorsi ciclici. Dopo la disillusione, ora vedo di nuovo fermento. Sarà anche un effetto della crisi, ma ci sono sempre più persone interessate a creare, piuttosto che a consumare. È per questo che, in fondo, resto ottimista: più persone adotteranno lo stile indie, più si potrà scuotere dalle fondamenta il mondo dell&#8217;arte. E di questo, ora, c&#8217;è davvero un gran bisogno&#8221;. E dunque: indie is dead, long life to the indie.</p>
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		<title>Politics Busting &#8211; Fotomontaggi sovversivi</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Oct 2009 19:40:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il nuovo mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[Articolo pubblicato su Chips&#38;Salsa/Il manifesto del 10 ottobre 2009
Fotomontaggi sovversivi
Dall&#8217;Obama-Joker al Berlusconi ritoccato, le immagini manipolate dagli utenti si propagano in rete e arrivano nelle piazze. Una nuova arma di “guerriglia digitale” che cambia le regole della comunicazione politica
«Non si arrabbia, il Cavaliere, per quel mare di immagini satiriche che viaggiano sulla rete, e che [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=nicolabruno.wordpress.com&blog=475795&post=191&subd=nicolabruno&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><em><img class="alignright size-full wp-image-190" title="obama_proteste" src="http://nicolabruno.files.wordpress.com/2009/10/obama_proteste.jpg?w=200&#038;h=300" alt="obama_proteste" width="200" height="300" />Articolo pubblicato su Chips&amp;Salsa/Il manifesto del 10 ottobre 2009</em></p>
<p><strong>Fotomontaggi sovversivi</strong></p>
<p>Dall&#8217;Obama-Joker al Berlusconi ritoccato, le immagini manipolate dagli utenti si propagano in rete e arrivano nelle piazze. Una nuova arma di “guerriglia digitale” che cambia le regole della comunicazione politica</p>
<p>«Non si arrabbia, il Cavaliere, per quel mare di immagini satiriche che viaggiano sulla rete, e che lo vedono protagonista. Anzi. In una conferenza stampa tenuta oggi, in cui spazia tra argomenti serissimi &#8211; dal vertice europeo di Nizza alle prossime elezioni &#8211; Silvio Berlusconi non si sottrae alle domande di chi gli ricorda il suo attuale ruolo di involontaria star internettiana. E la risposta non si fa attendere: i migliori riceveranno &#8216;premi importanti&#8217;, anche perché &#8216;confermano &#8211; dice con un largo sorriso il leader di Forza Italia &#8211; il successo della nostra campagna di comunicazione&#8217;».<br />
Correva l&#8217;anno 2000, gli editti bulgari erano ancora storia a venire, e così <em>La Repubblica</em> <a href="http://www.repubblica.it/online/politica/satira/silvio/silvio.html" target="_blank">sintetizzava</a> la conferenza stampa in cui «l&#8217;involontaria star internettiana» dimostrava di saper apprezzare gli «sfottò elettronici» scatenati dai suoi cartelloni 6&#215;9, i cui slogan erano stati ribaltati in «Più tosse per tutti», «Meno cerone per tutti» e via dicendo.La mania di &#8220;photoshoppare&#8221; i manifesti elettorali era appena scoppiata in Italia: un elemento di novità che di lì a pochi anni sarebbe diventata una costante di tutte le campagne elettorali, quando migliaia di utenti si divertono a parodiare, remixare e capovolgere i messaggi degli slogan elettorali. E&#8217; quello che lo studioso Derrick De Kerckhove definisce <a href="http://www.webgol.it/2009/04/22/politics-busting-allitaliana-i-cartelloni-delludc-e-del-pd/" target="_blank"><em>politics busting</em></a> , ovvero &#8220;sovvertire la politica&#8221; attraverso il ricorso a software digitali e alla propagazione virale online. Come è successo nell&#8217;ultima campagna elettorale statunitense che ha visto migliaia di blogger sfidarsi a colpi di Sarah Palin deturpate e Obama-Superman. Fino al clamoroso caso di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Shepard_Fairey" target="_blank">Shepard Fairey</a>, il cui poster <em>Hope</em> è diventato il simbolo raggiante dell&#8217;ascesa di Obama alla Casa Bianca, distribuito in milioni di copie online e offline.<br />
<span id="more-191"></span><br />
<strong>Politica al Photoshop</strong><br />
Eppure, non sempre è facile tenere sotto controllo ciò che si muove nel sottobosco della rete. Una riprova ci arriva dal caso dell&#8217;<a href="http://newsbusters.org/blogs/noel-sheppard/2009/08/01/obama-joker-poster-popping-los-angeles" target="_blank">Obama-Joker</a> che di recente ha infiammato non poco il dibattito negli Stati Uniti. Questa la storia in sintesi. Lo scorso gennaio su <em>Flickr</em> è stato pubblicato un fotomontaggio con la famosa copertina di <em>Time</em> «Obama persona dell&#8217;anno», su cui era stato sovrapposto il sorriso di Joker, personaggio cattivo della saga di Batman. <a href="http://latimesblogs.latimes.com/washington/2009/08/obama-joker-artist.html" target="_blank">Come ha poi scoperto il <em>Los Angeles Times</em></a> , l&#8217;autore era uno<a href="http://www.flickr.com/photos/khateeb88/" target="_blank"> studente di 20 anni</a> che con questa immagine voleva dire: «State attenti a ciò che si nasconde sotto la maschera del nuovo presidente degli Stati Uniti».<br />
Per molti mesi non è successo nulla, fino a quando l&#8217;Obama-Joker non è stato intravisto su un cavalcavia di Los Angeles, in versione modificata: senza la copertina di <em>Time</em> e con l&#8217;aggiunta dello slogan «Socialism». Cosa era successo? In pieno dibattito per la riforma della sanità, i gruppi ultra-conservatori si erano appropriati dell&#8217;immagine, facendola diventare l&#8217;icona delle proprie proteste: il ritratto ha iniziato a circolare sui blog di estrema destra, per poi finire sulle t-shirt; alle marce contro Obama più di un attivista si è presentato truccato da Joker. Quanto è bastato perché il fotomontaggio diventasse un vero e proprio caso politico.<br />
In un duro editoriale, il <em>Washington Post</em> <a href="http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2009/08/05/AR2009080503876.html?nav=hcmodule" target="_blank">ha denunciato</a> un&#8217;inquietante <strong>matrice razzista</strong>: il primo manifesto è comparso proprio nella città che nel 1992 era stata teatro dei violenti scontri con gli afro-americani; il personaggio di Joker rappresenterebbe quindi la persona di cui non ti puoi fidare, il cattivo (di colore e per di più in odore di socialismo) che si maschera sotto un sorriso falso.<br />
Quanto c&#8217;è di razzista nell&#8217;Obama-Joker è ancora oggetto di discussione (anche per la genesi complicata del ritratto). Certo è che per gli ultra-conservatori si è rivelata un&#8217;efficacia arma di <em>politics busting</em>. Con un&#8217;importante novità rispetto ai manifesti taroccati di Berlusconi o ai poster elogiativi di Shepard Fairey: ormai non si tratta di semplice attivismo da campagna elettorale, ma di <strong>tattiche di «guerriglia» permanente</strong>, che irrrompono nel dibattito politico e sono in grado di aggregare il dissenso. Se l&#8217;Obama-Hope aveva fatto fare un salto di qualità alla «propaganda generata dagli utenti», con l&#8217;Obama-Joker il cerchio si chiude: l&#8217;immagine manipolata invade gli spazi urbani e diventa un&#8217;arma di contro-protesta. Chi di Photoshop ferisce, di Photoshop perisce.</p>
<p><strong>Berlusconi-Joker</strong><br />
Proprio mentre negli Stati Uniti imperversava il dibattito sull&#8217;Obama-Joker, in Italia l&#8217;esperto di social-network <a href="http://www.vincos.it/" target="_blank">Vincenzo Cosenza</a> ha pensato di replicare l&#8217;operazione, <a href="http://www.vincos.it/2009/08/27/obama-joker-berlusconi-joker-photoshop-per-la-democrazia/" target="_blank">creando un Berlusconi-Joker</a>: «Il mio era solo un esperimento per vedere se anche in Italia c&#8217;era terreno fertile per questo genere di operazioni &#8211; spiega Cosenza a <em>il manifesto</em> &#8211; E così, quando mi sono imbattuto nell&#8217;immagine di Berlusconi che alla conferenza stampa con Putin fa il gesto della mitragliata su una giornalista, ho pensato di fare un fotomontaggio con il Joker, in modo da ricollegarlo al clima pesante che attualmente si respira in Italia sul fronte della libertà di informazione. Un significato diverso rispetto all&#8217;Obama-Joker (dove c&#8217;era l&#8217;intenzione di svelare ciò che è nascosto): Berlusconi già si presenta come un Joker, uno che gioca di continuo e ha un forte approccio spettacolarizzato alla politica. Quindi volevo solo enfatizzare ciò che lui è già».<br />
Cosenza pubblica il ritratto sul suo blog e poi inizia a farlo circolare su diversi social-network. «Dopo qualche giorno ho visto che molti utenti di Facebook avevano ripreso l&#8217;immagine, per lo più per protestare contro la mancanza di libertà di informazione in Italia». Fino a quando il Berlusconi-Joker è arrivato sulla copertina dell&#8217;ultimo numero di Micromega. «A differenza degli Stati Uniti, però, in Italia non c&#8217;è stato anche il passaggio negli spazi urbani. Forse perché da noi simili operazioni sono viste ancora come <strong>divertimento</strong> e non come forme per organizzare il dissenso».</p>
<p><strong>Iran, Cina</strong><br />
Lo stesso non può dirsi, invece, per i tanti paesi in cui i dissidenti devono fare i conti con la repressione di stato. E dove le immagini ritoccate rappresentano un&#8217;ottima arma per aggirare la censura (anche perché difficilmente controllabili dai software automatizzati). Durante le recenti celebrazioni del 60esimo anniversario della fondazione della Repubblica Popolare della Cina, un&#8217;<a href="http://rconversation.blogs.com/rconversation/2009/09/chinas-censorship-arms-race-escalates.html" target="_blank">immagine simbolica</a> è riuscita a scavalcare la «grande muraglia digitale» di Pechino e fare il giro di migliaia di blog e forum. Nel tentativo di parodiare i faraonici carri messi in campo dal governo, un gruppo di dissidenti ha infatti organizzato una «contro-parata» virtuale. Il tutto a colpi di immagini photoshoppate: in una si vede un carro con un&#8217;enorme tastiera per pc e sopra il messaggio «Questa pagina non può essere visualizzata». Lo stesso che visualizzano migliaia di netcitizen quando provano a collegarsi a Facebook o a Twitter.<br />
Ancora più incisiva si è rivelata un&#8217;<a href="http://www.corriere.it/esteri/09_giugno_28/iran_foto_simbolo_9cc7d8b4-63ed-11de-baf4-00144f02aabc.shtml" target="_blank">immagine circolata online</a> durante le proteste dei Green in Iran: una donna di spalle che prova a bloccare l&#8217;auto blindata su cui avanza Ahmadinejad. Una chiara citazione della foto di Piazza Tienanmen in cui si vede un ragazzo fermo di fronte ai carri-armati schierati. In un primo momento la foto è stata considerata autentica e in molti ne hanno parlato come dell&#8217;«immagine simbolo della protesta in Iran». Fino a quando non si è scoperto che si trattava di fotoritocco diffuso dall&#8217;onlus <a href="//www.secondoprotocollo.org/','_blank');">Secondo Protocollo</a>. Associazione di cui non sono ben chiari gli interessi, come hanno rivelato <a href="//roma.indymedia.org/taxonomy/term/7811/all','_blank');"><em>Indymedia Roma</em></a> e altre fonti online secondo cui dietro la facciata di «onlus che lotta per i diritti umani» potrebbe benissimo nascondersi un&#8217;agenzia che sostiene la «rivoluzione colorata» per conto dei governi occidentali. Nell&#8217;era della politica al Photoshop c&#8217;è da aspettarsi anche questo.</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</p>
<p><strong>Come Photoshop ritocca la democrazia</strong></p>
<p>L&#8217;<em>adbusting</em> o <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Subvertising" target="_blank"><em>subvertising</em></a> (in italiano si può tradurre con «sovvertire la pubblicità») è una forma di attivismo in cui si ribaltano i messaggi pubblicitari delle grandi corporation, lasciando intatto il layout e la grafica originale. Spiega il gruppo canadese di <a href="http://www.adbusters.org/" target="_blank">AdBusters</a> (storica rivista del genere): «In questo modo riusciamo a infiltrarci nella finzione della realtà mediata e, per un momento, riveliamo una verità più profonda». Come nel caso dell&#8217;Obama-Joker che si può vedere a fianco: la sovrapposizione di un personaggio cinematografico sul tradizionale ritratto da prima pagina, provoca una sorta di «<strong>dissonanza cognitiva</strong>» che invita a riflettere: chi è davvero Barack Obama?</p>
<p>Se fino a pochi anni fa l&#8217;<em>adbusting</em> era una pratica riservata per lo più alle elite creative, con l&#8217;emergere delle culture partecipative in rete si afferma come fenomeno di massa. Basta un banale software di fotoritocco (come il popolare Photoshop) e la capacità di innescare un meccanismo di propagazione virale sui social-network ed il gioco è fatto.<br />
Analizzando il dilagare delle immagini ritoccate dal basso durante le campagne presidenziali statunitensi, già nel 2004 lo studioso <a href="http://www.henryjenkins.org/" target="_blank">Henry Jenkins</a> parlava di «<a href="http://www.technologyreview.com/biomedicine/13648/" target="_blank">Photoshop per la democrazia</a>»: in rete prendono piede forme di cultura popolare (tra cui appunto lo sberleffo di ciò che prima era considerato sacro) che fanno perdere ai politici l&#8217;aura da cui erano circondati nell&#8217;epoca dei media di massa. Non si tratta di un semplice gioco, scrive Jenkins, «una parodia politica può essere il primo passo verso un maggior impegno».</p>
<p>E&#8217; quello che gli studiosi Derrick De Kerckhove e Vincenzo Susca hanno definito <em>politics busting</em> , variante 2.0 e focalizzata sulla politica dell&#8217;<em>adbusting</em> . Nel riprendere questa definizione, <a href="http://www.webgol.it/" target="_blank">Antonio Sofi</a> (docente di Sociologia all&#8217;Università di Firenze) nota come: «Fin dagli albori di internet, i &#8216;manufatti&#8217; della comunicazione politica sono stati interpretati in modo (per certi versi) pre-satirico, spesso lavorando sulle incongruenze e sui punti deboli dell&#8217;immagine politica proiettata. Una sorta di ribellione dal basso, più o meno consapevole: per mostrare che <strong>il re è nudo</strong>. Niente si salva: dal programma alla proposta politica, dalla grafica al progetto comunicativo. La politica deve tenerne conto, e pensare sempre più a proposte a prova di sberleffo (se ci riesce)».</p>
<p>Anche <a href="http://larica.uniurb.it/nextmedia/" target="_blank">Fabio Giglietto</a>, docente di Teoria dell&#8217;Informazione all&#8217;Università di Urbino, sottolinea i cambiamenti che si profilano per il dibattito politico: «Stiamo transitando verso l&#8217;epoca della comunicazione di massa per le masse, in cui le vecchie audience non solo fruiscono dei media, ma contribuiscono anche alla produzione. Il che genera effetti di scala difficili da prevedere sul lungo periodo. Cambia lo statuto delle conversazioni politiche: prima erano effimere e per lo più private, in rete invece diventano pubbliche, persistenti e ricercabili». Quanto alle recenti forme di <em>politics-busting</em> , Giglietto invita comunque a non caricare di troppe aspettative queste nuove forme di espressione: «Al di là della retorica dell&#8217;auto-organizzazione dal basso, il movimento di <strong>Obama</strong> ha avuto un riscontro fuori dalla rete anche perché c&#8217;è stata una buona organizzazione a monte». Cosa che ancora non a vviene in Italia, dove invece l&#8217;attivismo online rimane spesso confinato allo stadio di semplice divertimento ludico. «Ma in questo momento in cui si discute tanto di concentrazione dei media e mancanza di libertà di espressione, si aprono nuove prospettive anche in Italia. Anche il semplice gesto di condividere un video su Facebook ha un impatto sull&#8217;opinione che i nostri amici si fanno delle questioni di attualità. Nel tempo queste conversazioni potrebbero diventare rilevanti quanto quelle tradizionali».</p>
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		<title>La cultura virale secondo Bill Wasik</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Oct 2009 19:50:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il nuovo mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[Articolo pubblicato su Chips&#38;Salsa/Il Manifesto del 03 Ottobre 2009
La fabbrica dei virus
Dall&#8217;ideatore del primo flash-mob, Bill Wasik, arriva un libro che racconta dall&#8217;interno la nascita (e le degenerazioni) della cultura virale online. Dai contenuti generati dal basso alla pubblicità, passando per la politica e l&#8217;informazione.
di Nicola Bruno
L&#8217;appuntamento era per il 17 Giugno 2003 davanti ai [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=nicolabruno.wordpress.com&blog=475795&post=198&subd=nicolabruno&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><em><img class="alignright size-full wp-image-199" title="bill_wasik" src="http://nicolabruno.files.wordpress.com/2009/10/bill_wasik.jpg?w=174&#038;h=263" alt="bill_wasik" width="174" height="263" />Articolo pubblicato su Chips&amp;Salsa/Il Manifesto del 03 Ottobre 2009</em></p>
<p><strong>La fabbrica dei virus</strong></p>
<p><em>Dall&#8217;ideatore del primo flash-mob, Bill Wasik, arriva un libro che racconta dall&#8217;interno la nascita (e le degenerazioni) della cultura virale online. Dai contenuti generati dal basso alla pubblicità, passando per la politica e l&#8217;informazione.</em></p>
<p>di Nicola Bruno</p>
<p>L&#8217;appuntamento era per il 17 Giugno 2003 davanti ai grandi magazzini Macy di Manhattan. Le indicazioni ricevute via mail da un tale &#8220;Bill&#8221; erano poche, ma dettagliate: arrivare alle ore 17:27, non un minuto in più, né uno in meno; salire al reparto &#8220;casa&#8221; e circondare un tappeto da 10.000 dollari; se interpellati da un commesso, ripetere tutti la stessa formula («Viviamo in una comune fuori New York, vogliamo acquistare il tappeto dell&#8217;amore»); alle ore 17.37 sciogliere le fila e disperdersi.<br />
<span id="more-198"></span>Alla domanda «Perché mai dovremmo partecipare? », la mail rispondeva in modo ambiguo: «Perché lo fanno tutti». E tanto bastò quel giorno a radunare circa un centinaio di persone e far nascere così il primo <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Flash_mob">flash mob</a>.<br />
Negli anni a venire abbiamo visto molte varianti di questi incontri pseudo-spontanei: dai pillow-mob (battaglie di cuscini), ai love-mob (baci con gli sconosciuti), fino agli ultimi pod-mob (ritrovarsi in una piazza con l&#8217;iPod nelle orecchie e ballare ognuno per contro proprio). Tanto che ormai anche le grandi aziende hanno preso ad organizzarne, nei loro tentativi di marketing non convenzionale.</p>
<p>Se tutto ciò è ormai storia nota, forse non tutti conoscono però le motivazioni che c&#8217;erano dietro il primo flash-mob. Più che una celebrazione del potere delle masse che, grazie al tam-tam di internet e dei telefonini, in poco tempo riescono ad organizzare una manifestazione stravagante, le intenzioni dell&#8217;ideatore erano ben altre: prendere in giro il clima di conformismo culturale dei nostri tempi attraverso un esperimento in cui si invitavano decine di persone a partecipare ad azioni senza senso, compiute solo perché &#8220;cool&#8221;.</p>
<p>Semplice effetto gregge, quindi, unito al &#8220;bisogno di raccontarci storie nuove, anche quando di nuovo non c&#8217;è proprio niente», spiega oggi <strong>Bill Wasik</strong> (questo il cognome dell&#8217;ideatore del primo flash-mob), giornalista di Harpers Magazine e autore del recente <em><a href="http://www.amazon.com/Then-Theres-This-Stories-Culture/dp/0670020842" target="_blank">And then there&#8217;s this. How stories live and die in a viral culture</a></em> (Viking Press). Un volume in cui Wasik ripercorre la storia dei primi flash-mob per arrivare ad allargare il discorso su un tratto emergente delle cultura contemporanea: la viralità, ovvero la tendenza a esprimere le idee (siano esse artistiche, politiche, giornalistiche) in maniera accelerata e contagiosa, esponenziale. Come un virus, appunto. Ma dalla vita molto breve.</p>
<p><strong>Nanostorie<br />
</strong>Le idee, soprattutto quelle rivoluzionarie, da sempre si diffondono secondo un modello epidemico (Dio e il comunismo rappresentano due ottimi esempi di virus ante-litteram). Ma con l&#8217;arrivo delle tecnologie digitali, ora la viralità compie un ulteriore balzo in avanti: si afferma come un vero e proprio «genere della comunicazione», trasversale ai contenuti che veicola e tutto incentrato sulle «nanostorie».<br />
E non parliamo solo dei filmati con neonati che ballano in salone con il pannolino (è questo l&#8217;ultimo video che sta facendo impazzire la rete). O del ragazzino-fenomeno che a otto anni palleggia con la pallina da tennis come Maradona (altro tormentone recente), dei gatti che suonano il pianoforte e le migliaia di altre &#8220;paperissime&#8221; viste e riviste su YouTube. La cultura virale sta uscendo dalle camerette degli adolescenti, per infiltrarsi dappertutto. Nelle aziende, in politica, nel mondo dell&#8217;informazione, è partita la caccia alla «storia più cliccata, l&#8217;articolo più citato, la foto più strana». Tutti ossessionati dallo scovare per primi (o, al limite, costruire a tavolino) la prossima nanostoria.</p>
<p><strong>Media Mind<br />
</strong>Come riconoscere una notizia virale? Secondo Wasik, sono quattro le caratteristiche di una nanostoria: 1) Velocità: si diffonde in pochissimo tempo e in più contesti, dal blog sconosciuto al Tg della sera; 2) Stravaganza: non basta scovare qualcosa di nuovo; meglio spararla grossa, puntare sull&#8217;insolito e il bizzarro, ma sempre con leggerezza; 3) Evanescenza: dopo un picco improvviso, inizia a sgonfiarsi con la stessa velocità con cui si è diffusa. E fin qui niente di nuovo rispetto a quanto già visto in tv in questi anni.<br />
Più recente, e tipica della cultura digitale, è invece la quarta caratteristica, quella che Wasik definisce &#8220;Media Mind&#8221;, e cioè la forte consapevolezza che ciascuno di noi ha dei meccanismi virali: «Internet è rivoluzionaria non perché ha democratizzato il modo in cui facciamo cultura, ma per le tecnologie di monitoraggio che mette a disposizione di chiunque». La possibilità di poter misurare tutto in termini di feedback (numero di visite, commenti ricevuti, citazioni sui blog) cambia il nostro rapporto la cultura: «Ogni utente diventa l&#8217;equivalente di un esperto di marketing», con il bizzarro paradosso di un effetto-gregge che si ripete a catena: basta guardare un video virale (non a caso si presentano sempre con questa definizione) perché ciascuno di noi si senta parte del processo, una causa della sua popolarità.<br />
Se rispetto alla tv avevamo un approccio da scuola elementare &#8211; ha notato un critico americano &#8211; ora è come se fossimo tutti studenti di Scienze della Comunicazione: non solo guardiamo, clicchiamo, ma siamo diventati bravissimi ad analizzare le regole di questa cultura per poi metterle subito in pratica.</p>
<p><strong>Informazioni in loop</strong><br />
E&#8217; così che, sostiene Wasik, ci stiamo lentamente inoltrando nell&#8217; «età del modello»: le nostre analisi della cultura, stanno diventando più importanti dei contenuti stessi. Il metodo vince sul merito (&#8220;O&#8217; famo virale», direbbe oggi Verdone per prendere in giro una delle richieste più frequenti che le grandi aziende fanno alle agenzie di comunicazione). Emblema di questa trasformazione che tocca da vicino il rapporto tra politica e informazione è, secondo Wasik, <a href="http://www.politico.com/" target="_blank">The Politico</a> (quotidiano statunitense di poliica, spesso osannata per essere la prima fonte consultata dagli strateghi della Casa Bianca). Fondato da quattro ex-giornalisti del Washington Post e sbarcato online alla vigilia delle ultime presidenziali, The Politico ha inseguito da subito il nuovo mantra della comunicazione virale. Prima di essere pubblicata, una notizia deve rispondere a tre requisiti: a) sarà essere una delle storie più inviate via mail?; b) verrà ripresa dai blogger?; c) i nostri concorrenti saranno costretti a seguirci? Niente a che vedere con lo stile compassato del Washington Post, ma forse neanche con il giornalismo vero e proprio, tanto che al Nieman Journalism Lab di Harvard da tempo si chiedono se non sia meglio definire testate come The Politico e l<a href="http://www.huffingtonpost.com/" target="_blank">&#8216;Huffington Post</a> come «aziende di meme» e non società editoriali.</p>
<p><strong>Anti-virus</strong><br />
<em>And then there&#8217;s this</em> è un libro convincente (e spesso divertente) anche perché riporta decine di aneddoti di pessima comunicazione virale, in qualsiasi ambito. Manca invece del tutto una buona analisi dell&#8217;altro lato della medaglia: ad esempio, la protesta dei green in Iran deve molto al passaparola scattato con i telefonini; la consapevolezza dei meccanismi virali sta portando gli adolescenti a sviluppare un&#8217;atteggiamento meno passivo nei confronti dei media?</p>
<p>Poco efficaci sono anche le soluzioni suggerite da Wasik per difendersi dall&#8217;eccesso di cultura virale. «Unplug yourself», consiglia nell&#8217;ultimo capitolo. E cioè: staccati da tutte queste nanostorie appiccicose, concediti un giorno a settimana senza internet. Una sorta di ritirata, di monacismo digitale, che rivela anche un forte senso di impotenza. Il paradosso, di essere circondati da virus, ma non disporre ancora di un anti-virus.</p>
<p><em>Articolo pubblicato su Chips&amp;Salsa/Il Manifesto del 3 ottobre 2009</em></p>
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		<title>Orwell vs. Gladwell</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Sep 2009 20:10:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il nuovo mondo]]></category>
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		<description><![CDATA[In And then there&#8217;s this. How stories live and die in a viral culture, recente libro di Bill Wasik (l&#8217;ideatore del primo flash-mob &#8211; ne parliamo su Chips&#38;Salsa di sabato prossimo), c&#8217;è un&#8217;interessante tabella, in cui si confronta la teoria del controllo di George Orwell, con quella più pop e recente di Malcom Gladwell, autore [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=nicolabruno.wordpress.com&blog=475795&post=164&subd=nicolabruno&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>In <a href="http://www.amazon.com/Then-Theres-This-Stories-Culture/dp/0670020842"><em>And then there&#8217;s this. How stories live and die in a viral culture</em></a>, recente libro di Bill Wasik (l&#8217;ideatore del primo flash-mob &#8211; ne parliamo su Chips&amp;Salsa di sabato prossimo), c&#8217;è un&#8217;interessante tabella, in cui si confronta la teoria del controllo di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/George_Orwell">George Orwell</a>, con quella più pop e recente di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Malcolm_Gladwell">Malcom Gladwell</a>, autore di successo di <a href="http://www.repubblica.it/2009/09/sezioni/persone/gladwell/gladwell/gladwell.html?ref=hpspr1">saggi</a> su come diventare persone di successo &#8211; un paradosso che la dice lunga sulla cultura contemporanea.</p>
<p>Come dire, tra le due scegliere non saprei&#8230;</p>
<div>
<table id="vdil" style="height:242px;" border="1" cellspacing="0" cellpadding="3" width="515">
<tbody>
<tr>
<td style="text-align:center;" width="50%"><span style="font-size:x-small;"><img class="size-full wp-image-165 aligncenter" title="GeorgeOrwell" src="http://nicolabruno.files.wordpress.com/2009/09/georgeorwell.jpg?w=101&#038;h=101" alt="GeorgeOrwell" width="101" height="101" /><strong>Distopia di Orwell</strong></span></td>
<td style="text-align:center;" width="50%"><span style="font-size:x-small;"><img class="size-full wp-image-166 aligncenter" title="Malcolmgladwell" src="http://nicolabruno.files.wordpress.com/2009/09/malcolmgladwell.jpg?w=101&#038;h=101" alt="Malcolmgladwell" width="101" height="101" /><strong>Distopia di Gladwell</strong></span></td>
</tr>
<tr>
<td width="50%"><span style="font-size:x-small;">Il comportamento umano può essere predetto e perciò gestito, con risulati <em>pericolosi</em></span></td>
<td width="50%"><span style="font-size:x-small;">Il comportamento umano può essere predetto e perciò gestito, con risultati <em>affascinanti</em></span></td>
</tr>
<tr>
<td width="50%"><span style="font-size:x-small;">La psicologia di massa è utilizzata per controllare milioni di persone</span></td>
<td width="50%"><span style="font-size:x-small;">Milioni di persone comprano libri su come utilizzare la psicologia di massa</span></td>
</tr>
<tr>
<td width="50%"><span style="font-size:x-small;">Il Grande Fratello ti sta osservando</span></td>
<td width="50%"><span style="font-size:x-small;">Il Grande Fratello sei tu</span></td>
</tr>
</tbody>
</table>
</div>
  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/nicolabruno.wordpress.com/164/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/nicolabruno.wordpress.com/164/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/nicolabruno.wordpress.com/164/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/nicolabruno.wordpress.com/164/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/nicolabruno.wordpress.com/164/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/nicolabruno.wordpress.com/164/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/nicolabruno.wordpress.com/164/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/nicolabruno.wordpress.com/164/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/nicolabruno.wordpress.com/164/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/nicolabruno.wordpress.com/164/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=nicolabruno.wordpress.com&blog=475795&post=164&subd=nicolabruno&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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			<media:title type="html">nico</media:title>
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			<media:title type="html">Malcolmgladwell</media:title>
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	</item>
		<item>
		<title>Realware: Web al quadrato e Realtà Aumentata</title>
		<link>http://nicolabruno.wordpress.com/2009/09/26/realware-web-al-quadrato-e-realta-aumentata/</link>
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		<pubDate>Sat, 26 Sep 2009 11:31:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il nuovo mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[Ormai se n&#8217;è accorto anche Tim O&#8217;Reilly: non ha più senso parlare di Web 2.0 (neologismo di successo da lui inventato cinque anni fa), stiamo entrando nell&#8217;era del &#8220;Web al quadrato&#8221; (squared). Ne parlo in questo articolo per Corriere.it.
Non credo che Web squared avrà la stessa fortuna di Web 2.0, anche se si tratta di [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=nicolabruno.wordpress.com&blog=475795&post=158&subd=nicolabruno&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img class="alignright size-thumbnail wp-image-159" title="sesto_senso" src="http://nicolabruno.files.wordpress.com/2009/09/sesto_senso.jpg?w=150&#038;h=91" alt="sesto_senso" width="150" height="91" />Ormai se n&#8217;è accorto anche Tim O&#8217;Reilly: non ha più senso parlare di Web 2.0 (neologismo di successo da lui inventato cinque anni fa), stiamo entrando nell&#8217;era del &#8220;Web al quadrato&#8221; (squared). Ne parlo in <a href="http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/09_settembre_25/web-quadrato_c61499b0-a9bf-11de-93d1-00144f02aabc.shtml">questo articolo per Corriere.it</a>.</p>
<p>Non credo che <em>Web squared</em> avrà la stessa fortuna di Web 2.0, anche se si tratta di una bella metafora per quella Realtà Aumentata che si candida ad essere la <strong>buzzword</strong> dei prossimi mesi.</p>
<p>Insieme a <a href="http://freddyblog.wordpress.com/">Carola</a>, ne abbiamo parlato sul numero di Chips&amp;Salsa/<a href="http://www.ilmanifesto.it">Il manifesto</a> in edicola oggi. Lei si è concentrata sul mondo delle applicazioni mobili, mentre io ho parlato di scenari più futuristici: quel &#8220;<strong>sesto senso</strong>&#8221; impiantato direttamente sul corpo umano a cui stanno lavorando in diversi centri di ricerca.</p>
<p>Software e hardware evoluti stanno dando vita ad una nuova dimensione della realtà: la chiameremo <strong>Realware</strong>?</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p><strong>Oltre ogni gadget, ecco il &#8220;sesto senso&#8221;</strong></p>
<p>In una delle <a href="http://www.youtube.com/watch?v=9wIJ0Qq8TWg">scene iniziali di Fight Club</a>, Edward Norton si aggira nel  proprio salone spiegando agli spettatori la sua ossessione per il &#8220;nido  Ikea&#8221;. Mentre la telecamera fa la sua panoramica, su ogni cassettiera,  lampada e divano vediamo sovrapporsi nomi, descrizione e prezzo: la  realtà ridotta a catalogo Ikea.</p>
<p>Non dovremo attendere molto perché la geniale trovata di David Fincher  sbuchi fuori dagli schermi e inizi ad invadere anche la nostra realtà.  Ricreando scenari a cui da tempo ci ha abituato molta cinematografia  (da Blade Runner a Minority Report).<br />
Qualche mese fa il <strong>MIT di Boston</strong> ha diffuso un <a href="http://link.brightcove.com/services/player/bcpid1813626064?bctid=10280440001">video di presentazione</a> del progetto &#8220;<a href="http://www.pranavmistry.com/projects/sixthsense/">Sixth Sense</a>&#8221; in cui si vede un ragazzo entrare  in una libreria, scegliere un libro e, grazie ai sensori installati  sulle dita, visualizzare all&#8217;istante le recensioni di Amazon. Lo stesso  vale per il supermercato: si solleva un rotolo di carta e sulla confezione  appare un semaforo che ci dice quanto è ecologico o meno quel prodotto.  Fino ad arrivare ad applicazioni più futuristiche. Due studenti si  incontrano e dopo la classica stretta di mano, sulle rispettive t-shirt  compare un curriculum luminoso.</p>
<p><span id="more-158"></span>Il progetto del MIT è per ora solo un prototipo (è già possibile  acquistarlo online al costo di 350 dollari). Si compone di un proiettore,  uno specchio e una videocamera, ma ha comunque bisogno di un mini-computer  da tenere in tasca per ricevere le informazioni via internet.<br />
Guardano molto più lontano, invece, diverse applicazioni di realtà  aumentata intenzionate a liberarci dall&#8217;ingombro di qualsiasi gadget.  Come? Inglobando i sensori direttamente sul nostro corpo. E&#8217; il caso  delle <a href="http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/09_settembre_02/lenti_contatto_alessandra_carboni_2ae7cfea-97c0-11de-b29b-00144f02aabc.shtml">lenti a contatto bioniche</a> presentate di recente da ricercatori  dell&#8217;Università di Washington. Grazie all&#8217;inserimento di circuiti Led  e biosensori, la lente si trasforma in uno schermo virtuale che amplifica  le nostre possibilità di visione. Gli studiosi statunitensi per ora  pensano soprattutto ad applicazioni in ambito medico (ad esempio: monitorare  il livello di glicemia nei diabetici).</p>
<p>Ma in tanti hanno subito pensato  alla possibilità di leggere la posta elettronica o <strong>guardarsi un film  direttamente &#8220;sulle palpebre&#8221;</strong>. E&#8217; quello che i futurologi  chiamano &#8220;<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Virtual_retinal_display">Virtual Retinal Display</a>&#8221; (ovvero retina-schermo  virtuale): nel 1992 il suo lancio commerciale era dato per certo nel  giro di cinque anni, ma poi così non è stato.</p>
<p>Nel frattempo, però, le cose hanno iniziato a muoversi nel settore  dell&#8217;intrattenimento. Sono già tantissime le applicazioni di <a href="http://augmented-reality-news.com/2009/09/18/trading-card-e-max-minimag-3d-live-official-launch-in-italy-calcio-football-players-in-your-hands/">figurine  tridimensionali</a> che, poste difronte ad una webcam, si animano facendoci  vedere il giocatore mentre segna il suo ultimo gol. O le cartoline intelligenti  sfruttate come merchandising promozionale: per l&#8217;attesissimo <a href="http://www.imdb.com/title/tt0499549/">Avatar  di James Cameron</a> verranno distribuite una serie di card con sensore  integrato che permette di videogiocare con i personaggi del film.</p>
<p>Ancora più futuristici gli <a href="http://www.youtube.com/watch?v=CGwvZWyLiBU">occhiali virtuali</a> presentati di recente  da Nokia. Anche qui si tratta di un altro debito cinematografico (ricordate  quelli di Arnold Schwarzenegger in Terminator?): basta indossarli, per  scorrere sulle lenti le ultime news e nel frattempo rispondere ad una  mail urgente. Più che di &#8220;realtà aumentata&#8221;, giustamente  Nokia preferisce parlare di &#8220;<a href="http://www.readwriteweb.com/archives/nokias_vision_of_augmented_reality_video.php#more">Mixed reality</a>&#8220;, espressione che  rende meglio il senso di convergenza tra programmi online (software),  dispositivi elettronici (hardware) e oggetti reali (in futuro li chiameremo  &#8220;<strong>realware</strong>&#8220;?).</p>
  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/nicolabruno.wordpress.com/158/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/nicolabruno.wordpress.com/158/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/nicolabruno.wordpress.com/158/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/nicolabruno.wordpress.com/158/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/nicolabruno.wordpress.com/158/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/nicolabruno.wordpress.com/158/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/nicolabruno.wordpress.com/158/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/nicolabruno.wordpress.com/158/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/nicolabruno.wordpress.com/158/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/nicolabruno.wordpress.com/158/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=nicolabruno.wordpress.com&blog=475795&post=158&subd=nicolabruno&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		<title>I dilemmi di Wikipedia</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Sep 2009 10:58:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il nuovo mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[Negli ultimi mesi ne abbiamo sentite di tutti i colori: arriva la censura, Wikipedia diventa multicolor, e via dicendo. In realtà, molte cose sono state esagerate, si tratta solo di un&#8217;ulteriore fase di assestamento per la celebre enciclopedia, da sempre scissa al suo interno tra i cultori della qualità ad ogni costo (gli eliminatori) e [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=nicolabruno.wordpress.com&blog=475795&post=155&subd=nicolabruno&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><strong><img class="size-full wp-image-156 alignright" title="672px-Wikipedia-Sign.svg" src="http://nicolabruno.files.wordpress.com/2009/09/672px-wikipedia-sign-svg.jpg?w=200&#038;h=178" alt="672px-Wikipedia-Sign.svg" width="200" height="178" /></strong>Negli ultimi mesi ne abbiamo sentite di tutti i colori: arriva la censura, Wikipedia diventa multicolor, e via dicendo. In realtà, molte cose sono state esagerate, si tratta solo di un&#8217;ulteriore fase di assestamento per la celebre enciclopedia, da sempre scissa al suo interno tra i cultori della qualità ad ogni costo (gli <strong>eliminatori</strong>) e la vecchia anima open (gli <strong>inclusionisti</strong>).</p>
<p>In questo articolo uscito su Chips&amp;Salsa/<a href="http://www.ilmanifesto.it">Il manifesto</a> di qualche settimana fa ho provato a spiegare i cambiamenti in arrivo (e le conseguenze che potranno avere).</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p><strong>Wikipedia al bivio</strong><br />
<em>Rendere più affidabili i contenuti senza perderci in democrazia: la sfida impossibile dell’enciclopedia online che di recente ha introdotto nuove regole per modificare gli articoli.</em></p>
<p>C&#8217;è una battaglia che si combatte da anni all&#8217;ombra dell&#8217;enciclopedia collaborativa più famosa del web. E vede contrapporsi due fazioni agguerritissime, ognuna con un proprio slogan: &#8220;Wikipedia non è fatta di carta&#8221; vs &#8220;Wikipedia non è una discarica&#8221;.<br />
L&#8217;<em><a href="http://www.economist.com/" target="_blank">Economist</a></em> ha per primo battezzato queste due frange come &#8220;<strong>inclusionisti contro eliminatori</strong>&#8220;. Ovvero, da una parte il gruppo di utenti visceralmente attaccato all&#8217;idea originaria di uno spazio libero e senza gerarchie, in cui ciascuno può dire la propria su qualsiasi argomento. E poco importa se &#8211; come mettono in luce i soliti detrattori &#8211; in questo modo ci si ritrova con la voce di Britney Spears dieci volte più lunga e dettagliata di quella su Antonio Gramsci: la qualità è perfettibile nel corso del tempo; e poi nessuno può arrogarsi il diritto di stabilire cos&#8217;è rilevante e cosa no, Wikipedia non è mica la vecchia enciclopedia di carta.<br />
<span id="more-155"></span>Attenzione &#8211; ribattono però dal fronte eliminazionista &#8211; in questo modo rischiamo di trasformare Wikipedia in un letamaio in cui ci si trova di tutto e di più: servono regole chiare per evitare il proliferare di informazioni infondate e diffamatorie; bisogna mettere un argine al più presto ai tanti utenti che vandalizzano le nostre pagine per scherzo o per interessi personali. Anche a costo di introdurre limitazioni e gerarchie che potrebbero tradire, in parte, lo spirito iniziale di apertura indiscriminata.</p>
<p>Nel tentativo di raggiungere un compromesso tra queste due frange sotterranee, in questi anni sono state messe a punto <strong>diverse strategie di contenimento</strong>, a cominciare dalla creazione di una gerarchia di utenti con funzioni diversificate: amministratori, burocrati, supervisori e tutta una schiera di utenti &#8220;più uguali degli altri&#8221;. Quanto è bastato perché tanti &#8220;inclusivisti&#8221; piccati abbiano pian piano deciso di abbandonare il progetto. «Ero uno degli utenti più attivi, ma ora ho lasciato perdere» , ha spiegato Aaron Swartz, programmatore statunitense di 22 anni . «Non mi piaceva l&#8217;atteggiamento dei tanti amministratori che dicono: «Non stiamo qui a spiegarti come prendiamo le nostre decisioni. Ne parliamo tra di noi e basta».</p>
<p>La sensazione di tradimento è diventata poi inevitabile quando lo scorso mese, proprio alla vigilia di <a href="http://wikimania2009.wikimedia.org/" target="_blank">WikiMania 2009</a> (il consueto incontro annuale di tutti i <em>wikipedians</em>), il <em><a href="http://nytimes.com/" target="_blank">New York Times</a></em> ha anticipato l&#8217;arrivo di una rivoluzione copernicana nell&#8217;universo dell&#8217;enciclopedia online: addio al principio di apertura indiscriminata, presto le modifiche apportate dai normali utenti saranno visibili solo dopo l&#8217;approvazione di un supervisore. La notizia, solo parzialmente fondata, ha fatto presto il giro del mondo, suscitando le reazioni più indignate: « E&#8217; la fine dell&#8217;utopia democratica», hanno scritto molti utenti.</p>
<p>Peccato, però, che le cose non stavano proprio come le aveva riportate il Nytimes (e, a catena, tutte le grandi testate globali). E così dal quartier generale di Wikipedia si sono subito affrettati a smorzare i toni, spiegando che in realtà si tratta della sperimentazione di due diverse funzionalità già testate con successo sull&#8217;edizione tedesca dell&#8217;enciclopedia: &#8220;<strong>Flagged Protection</strong>&#8221; e &#8220;<strong>Patrolled Revision</strong>&#8220;.</p>
<p>La prima prevede che le modifiche apportate dai normali utenti su alcune voci considerate delicate non siano pubblicate immediatamente, ma siano visibili solo dopo l&#8217;approvazione di un supervisore (i cosiddetti <em>trusted editor</em>, ovvero amministratori, reviewer o utenti con più di dieci modifiche). Per quanto a prima vista possa sembrare una forma di censura preventiva, per molti versi si tratta di una considerevole apertura rispetto all&#8217;attuale sistema basato su &#8220;articoli protetti o semi-protetti&#8221; (le famosi voci con il lucchetto, che possono essere modificate solo dagli amministratori o dagli utenti più anziani). A patto però che i tempi di approvazione non siano troppo lunghi. «E&#8217; bene sottolineare che si tratta soltanto di un test avviato sull&#8217;edizione inglese (e non su quella italiana, ad esempio). Durerà due mesi, dopo di che la comunità deciderà se implementarlo in via definitiva o no», sottolinea Frieda Brioschi, presidente di Wikimedia Italia.</p>
<p>Se &#8220;Flagged Protection&#8221; cerca di evitare i vandalismi e le &#8220;edit war&#8221; dell&#8217;ultimo minuto, l&#8217;estensione &#8220;Patrolled Revisions&#8221; vuole invece essere una sorta di bollino di qualità: verrà applicato alle voci di persone ancora in vita per garantire che tutte le informazioni pubblicate rispett i no alcuni requisiti minimi di qualità (e cioè non ci siano contenuti inesatti o diffamatori, e c c).<br />
Entrambe le funzionalità sono state fortemente caldeggiate dal fondatore di Wikipedia Jimmy Wales che spera in questo modo di evitare il ripetersi di incidenti imbarazzanti. Come quello capitato lo scorso gennaio quando, in seguito al malore del senatore Ted Kennedy durante la cerimonia di insediamento di Obama, la sua voce su Wikipedia è stata &#8220;vandalizzata&#8221; da anonimi che hanno scritto: «Kennedy ha subito un attacco, è stato trasportato su una sedia a rotelle ed è poi morto poco dopo». Inevitabili i titoli del giorno seguente : «Wikipedia ha ucciso Ted Kennedy».</p>
<p>Con somma gioia degli &#8220;eliminazionisti&#8221; le nuove funzionalità forse aiuteranno a evitare simili incidenti. Ma molti &#8220;inclusionisti&#8221; &#8211; tra le cui fila si posiziona anche <a href="http://www.frieda.it/" target="_blank">Frieda Brioschi</a> &#8211; non possono fare a meno di esprimere qualche perplessità: «Spero solo che in questo modo non si scoraggi la partecipazione degli utenti. Il bello di Wikipedia è da sempre la possibilità di visualizzare subito i contenuti aggiunti. Invece, dalla sperimentazione tedesca è emerso che alcune modifiche vengono approvate anche dopo tre settimane, un tempo troppo lungo. Ad ogni modo ora vediamo come va il test sull&#8217;edizione inglese e ne riparliamo tra due mesi».</p>
<p>I sospetti di Brioschi non sono del tutti infondati: un recente studio del Palo Alto Research Center ha rilevato che <strong>il livello di partecipazione su Wikipedia va sempre più scemando</strong>. Dall&#8217;analisi di oltre 7 anni di attività, è emerso infatti che il numero di voci aggiunte su base mensile si è ridotto di un terzo (20.000) rispetto al 2006 (quando erano 60.000). Secondo l&#8217;autore della ricerca Ed Chi non si tratta solo di un calo fisiologico, ma di una conseguenza dell&#8217;eccessiva gerarchizzazione a cui è andata incontro Wikipedia negli ultimi anni: attualmente un utente neofita vede i propri contributi rimossi dagli amministratori una volta su quattro (25%) quando nel 2003 ciò accadeva solo una volta su 10. «E&#8217; inevitabile &#8211; sottolinea Ed Chi &#8211; che i nuovi arrivati o gli utenti occasionali sentano una forte resistenza da parte della community».</p>
<p>A dar credito a queste cifre, sembra quindi che gli eliminazionisti abbiano pian piano vinto la loro battaglia contro gli inclusivisti. Ma di qui a pensare che abbiano vinto anche la guerra ce ne passa: <strong>Wikipedia resta pur sempre il più grande laboratorio di intelligenza collettiva online</strong>. E gli anticorpi contro lo perdita dello spirito iniziale sono sempre in azione, anche nelle stanze dei burocrati che gestiscono il progetto. Basti pensare che all&#8217;ultima WikiMania Conference di Buenos Aires, tra i tanti wikipedians in jeans e maglietta, sono stati avvistati anche alcuni signori in giacca e cravatta: si trattava dei nuovi super-consulenti assoldati dalla WikiMedia Foundation per studiare meglio i mille volti della comunità. E proporre soluzioni in grado di portare avanti l&#8217;attuale sfida di Wikipedia: restare la più affidabile enciclopedia online senza smarrire lo spirito democratico degli inizi.</p>
<p><em>Articolo pubblicato su Chips&amp;Salsa/Il Manifesto del 12 settembre 2009</em></p>
  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/nicolabruno.wordpress.com/155/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/nicolabruno.wordpress.com/155/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/nicolabruno.wordpress.com/155/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/nicolabruno.wordpress.com/155/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/nicolabruno.wordpress.com/155/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/nicolabruno.wordpress.com/155/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/nicolabruno.wordpress.com/155/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/nicolabruno.wordpress.com/155/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/nicolabruno.wordpress.com/155/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/nicolabruno.wordpress.com/155/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=nicolabruno.wordpress.com&blog=475795&post=155&subd=nicolabruno&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		<title>Free/Cheap</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Jul 2009 17:54:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il nuovo mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[Nell&#8217;ultimo numero di Chips&#38;Salsa/Il Manifesto, Raffaele ha recensito &#8220;Free&#8221; di Chris Anderson, mentre io ho intervistato Ellen Ruppel Shell, autrice di &#8220;Cheap. The High Cost of a Discount Culture&#8220;. Due libri speculari, che sono arrivati nelle librerie con una tempistica &#8220;sospetta&#8221;.
Ad ogni modo, il saggio della Ruppel Shell rappresenta il miglior contraltare all&#8217;utopia scintillante di [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=nicolabruno.wordpress.com&blog=475795&post=137&subd=nicolabruno&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img class="size-full wp-image-138 alignright" style="margin:3px;" title="free-chris-anderson" src="http://nicolabruno.files.wordpress.com/2009/07/free-chris-anderson.jpg?w=101&#038;h=150" alt="free-chris-anderson" width="101" height="150" />Nell&#8217;ultimo numero di Chips&amp;Salsa/Il Manifesto, <a href="http://mastroblog.wordpress.com/about-2/">Raffaele</a> ha recensito <a href="http://visionpost.it/nexteconomy/sempre-piu-gratis-a-ogni-costo.htm">&#8220;Free&#8221; di Chris Anderson</a>, mentre io ho intervistato <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Ellen_Ruppel_Shell">Ellen Ruppel Shell</a>, autrice di &#8220;<a href="http://www.amazon.com/Cheap-High-Cost-Discount-Culture/dp/product-description/159420215X">Cheap. The High Cost of a Discount Culture</a>&#8220;. Due libri speculari, che sono arrivati nelle librerie con una tempistica &#8220;sospetta&#8221;.</p>
<p>Ad ogni modo, il saggio della Ruppel Shell rappresenta il miglior contraltare all&#8217;utopia scintillante di Anderson (che ci lascia tutti un po&#8217; perplessi). Low-cost, offerte speciali, prendi 3 paghi 2, free: alla fine sono tutte strategie di marketing che ci fanno spendere di più. Per non parlare di tutte le conseguenze (sottovalutate) sull&#8217;ambiente e i diritti dei lavoratori&#8230;</p>
<p><img class="size-thumbnail wp-image-140 alignright" style="margin:0 3px;" title="cheap" src="http://nicolabruno.files.wordpress.com/2009/07/cheap.jpg?w=99&#038;h=150" alt="cheap" width="99" height="150" />&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p>Intervista<strong><br />
Tanti trucchi a basso prezzo</strong><br />
<em>Alias-Il Manifesto del 19 Luglio 2009</em></p>
<p>Tentazioni low-cost, offerte speciali da cogliere al volo, saldi 365 giorni l&#8217;anno e finanche l&#8217;illusione del &#8220;tutto gratis&#8221;. Le strategie di seduzione messe in campo dai maghi del marketing ormai non conoscono più confini. Ma a che prezzo sta avvenendo tutto ciò? Stiamo soltanto spendendo di più con l&#8217;illusione di risparmiare, afferma Ellen Rupel Shell, docente di giornalismo alla Boston University e corrispondente dell&#8217;Atlantic Monthly, nel suo ultimo volume &#8220;Cheap. The high cost of a discount culture&#8221; (Penguin Press). Un <strong>viaggio nelle mecche del consumismo globale</strong>, sempre più ossessionato dall&#8217;ideologia sotto-costo e sempre più disinteressato agli effetti che sta producendo sull&#8217;ambiente, l&#8217;economia e la società. Per molti versi &#8220;Cheap&#8221; rappresenta la migliore decostruzione (sobria e con i piedi per terra) dell&#8217;utopia scintillante descritta da Anderson in &#8220;Free&#8221;.<span id="more-137"></span></p>
<p><strong>&#8220;Cheap&#8221; è uscito quasi in contemporanea con &#8220;Free&#8221; di Chris Anderson. E infatti siete stati subito contrapposti. Si trova bene nei panni dell&#8217;anti-Anderson?</strong><br />
Non sono sicura che la contrapposizione funzioni, anche perché io affronto il problema dal punto di vista dei consumatori, mentre Anderson da quello del business e del marketing. A me interessa capire qual è l&#8217;impatto della corsa al low-cost sull&#8217;economia, la salute e la dignità umana. Un discorso che tocca anche il tema del &#8220;gratis&#8221;, dal momento che questo è un prezzo differente da tutti gli altri: provoca strane reazioni morali e psicologiche, spingendoci ad agire in un modo che nessun altro prezzo riesce a fare.</p>
<p><strong>Pensa che l&#8217;attuale recessione economica spinga ancora di più  i consumatori a preferire il low-cost&#8230;<br />
</strong>Certo, con la crisi un po&#8217; tutti lottiamo per trovare escamotage di sopravvivenza. E quindi la popolarità di chi fa prezzi stracciati non può che crescere. I grandi rivenditori a basso prezzo &#8211; come Walmart &#8211; fanno un sacco di affari quando il resto della popolazione sta messa male. Ovviamente, tutto ciò comporta che la forza lavoro venga pagata molto poco e che gran parte della produzione vada in outsourcing in paesi con salari bassissimi. Il che ha contribuito alla nascita di una spirale al ribasso: stipendi più leggeri, meno diritti, perdita di sicurezza del lavoro; tutti elementi che poi finiscono col rivolgersi al mercato low-cost. Si tratta di un circolo vizioso per noi consumatori.</p>
<p><strong>Nel suo libro, parla di diverse tecniche di manipolazione, subdole ma efficaci&#8230;<br />
</strong>Un po&#8217; tutte le tecniche cercano di farci percepire un prezzo come basso anche quando in realtà  non lo è. Ad esempio, possono etichettare un prodotto con un prezzo più alto del normale e un altro simile con un prezzo leggermente più basso per darci l&#8217;impressione che il secondo rappresenta un &#8220;buon affare&#8221;. Oppure possono &#8220;nascondere&#8221; il reale costo di un prodotto come quando ci vendono un computer con una stampante in regalo, sapendo poi che faranno molti profitti vendendo le carissime cartucce della stampante. Ad ogni modo, c&#8217;è sempre una costante: fanno leva sulla necessità di effettuare subito l&#8217;acquisto, di non &#8220;perdere l&#8217;occasione&#8221;, in modo che reagiamo in maniera impulsiva, senza neanche pensarci su.</p>
<p><strong>Quali sono le conseguenze di tutto ciò sull&#8217;economia globale e l&#8217;ambiente?<br />
</strong>La cultura del cheap richiede una corsa al ribasso: abbiamo bisogno di trasformare i paesi in via di sviluppo nelle nostre fabbriche. E dal momento che queste fabbriche sono molto distanti dalla nostra vista, non abbiamo alcuna idea di cosa succeda al loro interno. Tutto rimane lontano da noi. Il risultato è che stiamo tutti sostenendo una cultura dello sfruttamento dei lavoratori e della degradazione ambientale nei paesi in via di sviluppo. Eppure basterebbe fare due conti: i costi molto bassi richiedono poche attenzioni nei confronti degli operai e che le preoccupazioni ambientali vengano dopo quelle economiche.</p>
<p><strong>Dopo aver scritto &#8220;Cheap&#8221; acquista ancora prodotti low-cost?<br />
</strong>No, ho cambiato molte mie abitudini rispetto a prima quando non sapevo resistere al richiamo dell&#8217;offerta. Spesso acquistavo oggetti che non volevo o di cui non avevo alcun bisogno solo perché costavano poco. Ora non lo faccio più. Preferisco piuttosto acquistare una maglietta di buona qualità al prezzo intero, prodotti che resistano ad un uso intenso, che siano effettivamente utili a me, i miei figli e i miei nipoti. Dopo tutto, i cimeli di famiglia sono senza prezzo, no?</p>
  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/nicolabruno.wordpress.com/137/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/nicolabruno.wordpress.com/137/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/nicolabruno.wordpress.com/137/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/nicolabruno.wordpress.com/137/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/nicolabruno.wordpress.com/137/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/nicolabruno.wordpress.com/137/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/nicolabruno.wordpress.com/137/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/nicolabruno.wordpress.com/137/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/nicolabruno.wordpress.com/137/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/nicolabruno.wordpress.com/137/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=nicolabruno.wordpress.com&blog=475795&post=137&subd=nicolabruno&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		<title>Videogiocare con le notizie</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Jul 2009 21:24:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il nuovo mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[I videogame come nuovo format giornalistico. Non tanto per raccontare le notizie, quanto per commentarle meglio e coinvolgere anche i lettori più distratti. Più che di newsgame sarebbe meglio parlare di &#8220;editorial-game&#8220;, dicono gli esperti. L&#8217;equivalente digitale ed interattivo della vecchia vignetta in prima pagina.

&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-
Giocando con le notizie
Dai videogame utilizzati come reportage alle tecnologie in [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=nicolabruno.wordpress.com&blog=475795&post=149&subd=nicolabruno&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>I videogame come nuovo format giornalistico. Non tanto per raccontare le notizie, quanto per commentarle meglio e coinvolgere anche i lettori più distratti. Più che di <strong>newsgame</strong> sarebbe meglio parlare di &#8220;<strong>editorial-game</strong>&#8220;, dicono gli esperti. L&#8217;equivalente digitale ed interattivo della vecchia vignetta in prima pagina.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-150" title="september12" src="http://nicolabruno.files.wordpress.com/2009/07/september12.jpg?w=396&#038;h=200" alt="september12" width="396" height="200" /></p>
<p><em>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</em></p>
<p><strong>Giocando con le notizie</strong><br />
<em>Dai videogame utilizzati come reportage alle tecnologie in soccorso dei reporter investigativi. Nelle redazioni online si cerca un antidoto alla crisi per garantire un avvenire alle news.</em></p>
<p>Chips&amp;Salsa/Il Manifesto dell&#8217;11 Luglio 2009</p>
<p>«Comandante, i Palestinesi hanno ripreso a lanciare missili Qassam contro Sderot. Ti do cinque minuti: cerca di eliminarne quanti più è possibile».<br />
Gli ordini del primo ministro israeliano non ammettono repliche. Ma niente paura, la missione non è affatto impossibile: il nostro comandante ha a disposizione razzi e caccia bombardieri di ultima generazione, mentre i nemici palestinesi riescono a lanciare solo qualche missile sgangherato. Man mano che il gioco procede, si capisce subito che non c&#8217;è proprio partita: alla fine del primo round il mio comandante totalizza <strong>149 morti, contro le 16 vittime israeliane</strong>. Una vittoria schiacciante, che però non basta ad accontentare Ehud Olmert: «Sei licenziato» esclama a fine partita, spiegando che non sono riuscito a rispettare il punteggio del 2007 «quando per ogni israeliano ucciso ci sono state 25 perdite tra i palestinesi, civili compresi».<span id="more-149"></span></p>
<p>Questa la trama di <a href="http://www.molleindustria.org/node/251" target="_blank">&#8220;Raid Gaza!&#8221;</a>, videogioco del collettivo <a href="http://www.molleindustria.org/" target="_blank">Molleindustria</a> la cui particolarità non sta tanto nella forte connotazione politica, quanto nella tempistica di rilascio: è stato messo online tre giorni dopo l&#8217;inizio della recente operazione &#8220;Piombo fuso&#8221; contro Gaza. Satira, militanza, intrattenimento e tempestività convivono in un gioco che secondo <strong>Ian Bogost</strong>, docente al Georgia Tech Institute, rappresenta uno dei migliori esempi di &#8220;newsgame&#8221;. Ovvero giochi che, pur non essendo realizzati da giornalisti o sviluppatori, hanno una forte valenza informativa. Dopo i primi esperimenti portati avanti da attivisti indipendenti, i giochi-notizia ora si apprestano a fare il grande salto nelle redazioni dei quotidiani online. Ovviamente, non si tratta di sostituire i tradizionali reportage con i nuovi format videoludici, quanto di sperimentare modelli comunicativi più adatti alla rete: «Spesso le notizie hanno una forte enfasi sul singolo evento. I newsgame permettono invece di focalizzarsi su un giornalismo maggiormente orientato ai processi. Quante volte avete sentito parlare di truppe o civili uccisi in Iraq, senza alcuna conoscenza dell&#8217;operazione militare che l&#8217;ha causata?», sottolinea <strong>Karthika Muthukumaraswamy</strong> ricercatrice della Temple University.</p>
<p>Oltre alla capacità di mettere le notizie in un contesto dinamico, i giochi-notizia possono rappresentare anche un&#8217;ottima scorciatoia per raggiungere gli appassionati di videogame che spesso si tengono alla larga dal mondo dell&#8217;informazione.</p>
<p>Si veda ad esempio il successo di <a href="http://www.darfurisdying.com/" target="_blank">&#8220;Darfur is Dying&#8221;</a>, gioco del 2006 in cui l&#8217;utente veste i panni di un profugo che deve evitare di essere ucciso dalle milizie nemiche: dal suo lancio ad oggi ha attirato l&#8217;interesse di quasi <strong>3 milioni di utenti</strong> che in questo modo hanno potuto vivere in prima persona la giornata tipo di un rifugiato in Darfur. Da questo punto di vista, si è rivelato molto più efficace di tanti reportage informati, ma sempre raccontati in terza persona, sulla zona africana.</p>
<p>«I newsgames costituiscono una risposta critical-ludica a fenomeni sociali e culturali di particolare rilevanza, dal terrorismo alla crisi energetica, dalla corruzione all&#8217;educazione. Sono un paradosso e un ossimoro, in quanto usano l&#8217;estetica ludica &#8211; apparentemente dismpegnata e leggera &#8211; per fare politica, dunque trattare argomenti &#8216;pesanti&#8217;», spiega a Chips&amp;Salsa <a href="http://www.mattscape.com/">Matteo Bittanti</a>, ricercatore di Game Studies all&#8217;Università di Stanford.</p>
<p>Sull&#8217;onda del successo di queste iniziative one-spot, di recente è nato un progetto che intende dare continuità ai newsgame basati su eventi di attualità. Si chiama <a href="http://www.playthenewsgame.com/portal/home.action" target="_blank">&#8220;Play The News&#8221;</a> ed ad oggi può contare su un archivio di oltre 140 giochi realizzati in pochissime ore e suddivisi in sezioni (politica, esteri, cultura) così come avviene nei principali quotidiani online. «Progettiamo i nostri giochi-notizia con il supporto di timeline e di ricostruzioni d&#8217;archivio, in modo da far visualizzare un problema sotto diverse prospettive. E così gli utenti possono comprendere meglio le relazioni di causa ed effetto che ci sono dietro una scelta politica o militare», spiega <strong>Eric Brown</strong> uno degli ideatori di &#8220;Play di News&#8221; che di recente si è aggiudicato il primo &#8220;News Game Award&#8221; assegnato dalla Knight Foundation: una sorta di Pulitzer per il settore nascente dei giochi editoriali. Un terreno che iniziano ad esplorare anche alcune delle più coraggiose realtà del giornalismo Usa.</p>
<p>La tv all-news Msnbc ha da tempo aperto una sezione online in cui vengono proposti alcuni videogiochi di prima generazione (come Puzzle Bubble) in versione giornalistica (più notizie si accumulano, più alto sarà il punteggio). Il sempre attento New York Times ogni mattina pubblica <a href="http://www.facebook.com/apps/application.php?id=4996223070" target="_blank">un quiz su Facebook</a> attraverso cui i lettori possono testare la loro conoscenza delle news del giorno; sempre il Times dispone poi di una Interactive Technology Unit che sforna nuovi format di visualizzazione delle notizie, molti dei quali spesso fanno appello proprio alla grammatica dei videogame.</p>
<p>In realtà, sul fronte mainstream fino ad ora si è visto poco di davvero innovativo, sia dal punto di vista tecnologico (nessuna redazione ha ancora assunto un game-designer) che narrativo. Come sottolinea <strong>Ian Bogost</strong>, i migliori esempi per ora restano quelli di Molleindustria e di <a href="http://www.ludology.org/" target="_blank">Gonzalo Frasca</a>, game-designer uruguaiano riconosciuto come il pioniere del genere. Nel 2003 Frasca ha rilasciato <a href="http://www.newsgaming.com/games/index12.htm" target="_blank">&#8220;September 12th&#8221;</a> un game in cui viene richiesto al videogiocatore di bombardare una città irachena in cui si aggirano decine di civili. Il tutto in maniera del tutto casuale e unilaterale, senza doversi neanche difendere, come è spiegato nell&#8217;introduzione: «Questo non è un gioco. Non puoi né vincere né perdere. E&#8217; solo una simulazione. Non c&#8217;è una fine perché è tutto già iniziato. Le regole sono dannatamente semplici. Puoi sparare oppure no. Si tratta solo di un semplice modello per esplorare alcuni aspetti della guerra al terrore».</p>
<p>Lo stesso espediente si trova alla base di &#8220;Madrid&#8221;, newsgame rilasciato da Frasca <strong>48 ore dopo gli attentati nella stazione della capitale spagnola</strong>: si visualizzano una serie di individui con una candela in mano, ognuno dei quali rappresenta un paese colpito da attacchi terroristici; compito del videogiocatore è non far spegnere la fiamma che velocemente si affievolisce. Ma presto l&#8217;utente si rende conto non c&#8217;è molto da fare: le candele si spengono inesorabilmente. Morale: è impossibile tenere viva la speranza di chi subisce il terrorismo, quale che sia la sua matrice.</p>
<p>Insieme a &#8220;September 12th&#8221; e &#8220;Raid Gaza!&#8221;, &#8220;Madrid&#8221; rappresenta un esempio perfetto di quella che Ian Bogost definisce <strong>«retorica del fallimento»</strong>, un espediente narrativo proprio del mondo dei videogame che permette all&#8217;autore di esprimere il proprio punto di vista su un evento di attualità e farlo poi rivivere ai giocatori. Tanto che, secondo Simon Ferrari (altro ricercatore del Georgia Tech Institute), in questi casi sarebbe meglio parlare di &#8220;editorial game&#8221; in contrapposizione con i &#8220;tabloid game&#8221; (come quelli di &#8220;Play The News&#8221; o di Msnbc). I &#8220;giochi editoriali&#8221; non si limitano infatti al semplice intrattenimento, ma prendono una posizione molto forte sulla realtà, così come può fare la vignetta del giorno sulla prima pagina di un quotidiano. Il paragone vignetta-newsgame convince anche <strong>Matteo Bittanti</strong>: «Come le vignette satiriche, i giochi editoriali presuppongono che un utente sappia riconoscere i vari livelli di comunicazione e apprezzare l&#8217;ironia sottesa. In questo senso, gli editorial games sono assimilabili ad una sorta di editoriale interattivo il cui potenziale è direttamente proporzionale all&#8217;intelligenza e maturità dei suoi giocatori/lettori».</p>
<p>E chissà che il vignettista dei quotidiani in versione digitale non sarà per davvero un game-designer. In fondo, cambiano i linguaggi espressivi, ma la satira militante di Molleindustria e Frasca ricorda tanto quella del nostro <strong>Vauro</strong>.</p>
<p>(Articolo pubblicato su Chips&amp;Salsa/Il Manifesto dell&#8217;11 Luglio 2009)</p>
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		<title>Sciopero dei blogger e slacktivism</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Jul 2009 17:02:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nico</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Beh, quello che scrive Enzo Di Frenna (via mantellini) era forse in larga parte prevedibile. Negli Usa da tempo si parla di slacktivism, ovvero l&#8217;attivismo da poltrona. Quello che inizia e finisce con un click e dura il tempo dell&#8217;adesione a un gruppo su Facebook, di una firma al volo sulle petizioni online.
In proposito, ci [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=nicolabruno.wordpress.com&blog=475795&post=133&subd=nicolabruno&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Beh, quello che scrive <a href="http://www.enzodifrennablog.it/dblog/articolo.asp?articolo=440">Enzo Di Frenna</a> (via <a href="http://www.mantellini.it/?p=6964">mantellini</a>) era forse in larga parte prevedibile. Negli Usa da tempo si parla di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Slacktivism">slacktivism</a>, ovvero l&#8217;attivismo da poltrona. Quello che inizia e finisce con un click e dura il tempo dell&#8217;adesione a un gruppo su Facebook, di una firma al volo sulle petizioni online.</p>
<p>In proposito, ci sono <a href="http://neteffect.foreignpolicy.com/posts/2009/05/19/the_brave_new_world_of_slacktivism">alcune interessanti riflessioni</a> di Evgeny Morozov, che paragona lo slacktivism online all&#8217;effetto <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Couch_potato">couch-potato </a>della tv.</p>
<p>Ovviamente non basta questo a spiegare l&#8217;insuccesso della manifestazione di Piazza Navona. Credo che un altro limite sostanziale (contro cui mi sono arenato anche io, che pure ero profondamente favorevole alla protesta) era la definizione di &#8220;<strong>sciopero degli blogger</strong>&#8220;. Erroraccio: non ho mai incontrato qualcuno a cui facesse piacere essere presentato come &#8220;blogger&#8221; (a parte, ovviamente, chi vuole venderli i blog). Ogni qualvolta che noi giornalisti parliamo dei blogger come insieme, riceviamo sempre un mare di improperi. A ragione. Il blog è solo una tecnologia abilitante, così come lo è lo scrivere a penna su carta, il guidare la macchina. Avete mai sentito parlare di uno sciopero degli alfabetizzati? Tempo fa c&#8217;è stata la proposta dello &#8220;<a href="http://www.italiainformazioni.com/giornale/cronaca/italia/5281/caro-benzina-codacons-indetto-sciopero-degli-automobilisti.htm">sciopero bianco degli automobilisti</a>&#8220;, ma si è rivelato un clamoroso flop.</p>
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