Cultura convergente

ottobre 3, 2007 alle 12:44 pm | Pubblicato su Il nuovo mondo, Media | Lascia un commento

Dalla scorsa settimana nelle librerie italiane è arrivato “Cultura Convergente” di Henry Jenkins (Apogeo, 22 euro).

Rispetto all’edizione originale (che risale al 2006, e si sente!), c’è anche una buona prefazione di Wu Ming, che prova a contestualizzare i temi affrontati nel volume al contesto italico (che è tutt’altra cosa rispetto a quello Usa analizzato da Jenkins, soprattutto per i tanti tabù che ancora circondano la cultura pop qui da noi).

Presto, arriverà anche la traduzione italiana di Fans, Bloggers, and Gamers: Media Consumers in a Digital Age. Non l’ho ancora letto, ma stando a quanto mi dice Bernardo, dovrebbe essere ancora più interessante di Cultura Convergente.

Di seguito, invece, la mia recensione uscita su il manifestoChips&Salsa di giovedì 27 novembre.

L’irresistibile convergenza

Henry Jenkins Una «cultura di massa» prende forma globale «dirigendo» in qualche misura la produzione di contenuti

Nicola Bruno

«Nel migliore dei mondi possibili, la pubblicazione di questo libro scuoterebbe come un terremoto il dibattito italiano su Internet e le nuove tecnologie di comunicazione. Se non produrrà neppure uno scarto, significa che quel dibattere è una parvenza di vita, finestre sbattute dal vento in una villa disabitata». Così i Wu Ming nella prefazione all’edizione italiana di Cultura convergente (Apogeo, 22 euro, da oggi nelle librerie), l’ultimo saggio di Henry Jenkins, direttore del programma di Comparative Media Studies al MIT e appassionato osservatore della cultura pop contemporanea.
Non tragga, comunque, in inganno il titolo del volume: la convergenza a cui fa riferimento Jenkins non riguarda affatto i riassetti nell’industria dell’intrattenimento. Fin dalle prime pagine, l’autore sgombra il campo dal grande equivoco della «rivoluzione digitale» e delle varie retoriche che si trascina. Sotto osservazione ci sono, invece, le pratiche di consumo di un pubblico che ormai si muove sempre più in maniera reticolare e attiva.
Se gli strumenti di distribuzione (come carta, Dvd, palmari) tendono a cambiare precipitosamente e a entrare in competizione tra loro, le forme della cultura (letteratura, cinema, informazione) non sono affatto destinate a scomparire. Piuttosto, sono in perenne evoluzione e convivono tranquillamente una accanto all’altra, spesso sovrapponendosi e dando vita a nuove modalità espressive. E’ così che, rispetto all’utopia di un supporto unificante (il fatidico coltellino svizzero in grado di «aprire» qualsiasi media), l’attuale scenario sembra muoversi in tutt’altra direzione: gli strumenti divergono (date un’occhiata a quanti apparecchi ci sono nel vostro salone o nelle vostre tasche), mentre i contenuti tendono a convergere in maniera diffusa. «La convergenza – dice Jenkins – più che il paradigma della rivoluzione digitale, è la spiegazione più plausibile del cambiamento mediatico». E’ questa una delle tesi più provocatorie e convincenti del volume: a dettare le regole dell’integrazione mediatica non è tanto la tecnologia, ma la spinta proveniente da un pubblico interessato a interagire maggiormente con i prodotti della propria cultura.
Non che sia una novità. Si tratta piuttosto della riemersione pubblica di quella cultura popolare che nel passato ha trovato spazio nella tradizione folk o nei movimenti dei fan e dei media alternativi: una creatività dal basso spesso marginalizzata ai confini del discorso dominante, eppure capace di appropriarsi in modo originale di molti prodotti destinati a un generico «pubblico di massa».
Nella miglior tradizione anglosassone, gran parte delle argomentazioni forti di «Cultura convergente» procedono in parallelo all’analisi di alcuni case-study: dagli spoiler dei reality-show americani (ottimo esempio di intelligenza collettiva in azione), alla prolifica narrazione transmediale scatenata dalla trilogia di Matrix; dai conflitti tra fan e industria culturale nati intorno a Star Wars, alla riscrittura collaborativa di Harry Potter. Solo di striscio sono invece affrontati due fenomeni degli ultimi anni altrettanto cruciali: il remix come pratica di consumo multimediale (YouTube) e i mondi virtuali costruiti dagli utenti (Second Life).
Ad ogni modo, il dato che accomuna tutte queste esperienze così diverse tra loro è l’affermarsi con forza del «diritto a contribuire attivamente alle forme della propria cultura». Spostando l’attenzione dal consumo alla cittadinanza, anche le modalità di elaborazione del discorso politico sono destinate a mutare pelle: l’ex cittadino «informato» diventa ora un cittadino «monitorante»; la partecipazione inizia ad organizzarsi secondo «affiliazioni di tipo tattico, temporaneo e volontario». Il rischio, sottolinea Jenkins, è che «la democrazia digitale sia decentralizzata, non equamente distribuita, profondamente contraddittoria». Di qui la necessità (che è anche una responsabilità della nostra classe politica) di spingere sul terreno della media-education: il digital divide non riguarda solo l’accesso alla rete, ma anche la capacità di saper decodificare i segnali della cultura convergente e sviluppare le competenze per prendervi parte. Certo, in un paese come l’Italia, dove si discute di YouTube solo in termini di cyberbullismo, la strada da fare è davvero tanta. Finestre sbattute dal vento, dicono giustamente i Wu Ming. Speriamo solo che nel Palazzo ci sia qualcuno. E che sia disposto ad ascoltare.

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