La follia di re Yang

novembre 19, 2008 alle 8:28 pm | Pubblicato su Media, Tecnologia | Lascia un commento

Dico subito che a me Yang stava molto simpatico. Nei 17 mesi da Ceo, ha fatto bene a spingere per un riposizionamento tecnologico della sua creatura (potenziamento e apertura della piattaforma): sul lungo periodo avrebbe pagato.

Eppure non ha saputo per nulla gestire il tracollo finanziario, come sottolineva l’Economist già una settimana fa. Le sue dimissioni sono un po’ la fine di un sogno o, a seconda dei punti di vista, di una follia: la tecnologia come motore dell’innovazione, capace di cavalcare il mondo della finanza, senza subirla.

Di seguito, una riflessione su Yahoo! e il post-Yang, uscita oggi su il manifesto

Yahoo! fine del sogno
Jerry Yang lascia la poltrona di amministratore delegato. Microsoft ritorna alla carica?
Nicola Bruno

Diciassette mesi trascorsi sulla poltrona più bollente della Silicon Valley «tra non poche distrazioni e sfide» (così recita il comunicato stampa ufficiale nel suo freddo burocratese). E un chiodo fisso: difendere a denti stretti l’indipendenza della società da lui fondata nel 1994, anche a costo di trasgredire i diktat degli analisti di Wall Street che caldeggiavano il più comodo matrimonio con Microsoft.
Di certo il coraggio e la coerenza non hanno fatto difetto a Jerry Yang che ieri ha detto addio alla poltrona di amministratore delegato di Yahoo!, colosso del web di stanza a Sunnyvale (California), sulla quale era tornato nel giugno 2007 nel tentativo di rincorrere Google che stava prendendo il largo nel mercato della pubblicità online.

Il consiglio di amministrazione dell’azienda è ora alla ricerca di un successore in grado di guidare una realtà dal futuro incerto e con le finanze dissestate: da marzo a novembre il titolo è crollato da 31 a 10 dollari e il valore della società equivale ora a un terzo. Yang resterà come chief Yahoo!, ruolo simbolico che ha già ricoperto fino a metà 2007, e che equivale più o meno a guida spirituale dell’azienda.

Più che un semplice ritorno al vertice del management, quella di Yang è stata una vera e propria agonia nel periodo più burrascoso della storia di Yahoo!. Di nuovo al timone si è dimostrato apparentemente sicuro sul da farsi: invertire la rotta di una società che negli anni si era snaturata, diventando una media-company senza più anima, e puntare tutto sullo sviluppo di una piattaforma tecnologica in grado di competere con gli avversari. A inizio 2008, è arrivata la doccia fredda Microsoft: l’azienda di Bill Gates ha formulato un’offerta d’acquisto (44,6 miliardi di dollari in contanti) che avrebbe fatto gola a chiunque, a cominciare dagli azionisti, abbagliati dalle lusinghe dell’affare a portata di mano. Ma per Yang non c’è stata ragione, «il matrimonio non s’ha da fare»: l’acquisizione avrebbe significato salvezza economica ma anche vendere l’anima di una creatura nata per hobby nel classico garage californiano nel lontano 1994, quando Microsoft era il monopolista assoluto dell’informatica e, proprio per questo, veniva identificata con il «male assoluto» dalle nuove leve del web.
Sarà stata semplice antipatia (chi lo conosce bene, dice che Yang è allergico a qualsiasi prodotto e servizio dell’azienda rivale) o solo la volontà di difendere fino all’ultimo la propria società, fatto sta che Yang si è messo di traverso a qualsiasi forma di accordo. E si è preparato ad affrontare tre mesi di inferno con truppe di investitori in rivolta e i colpi bassi degli oppositori interni (primo fra tutti il finanziere Carl Icahn), fino alla proposta di un contro-piano: un accordo sulla pubblicità con Google. Questa strategia di uscita si è però presto infranta contro il niet dell’antitrust, che non vedeva di buon occhio la nascita di un monopolista della pubblicità online.
Tra Microhoo e Googlehoo alla fine è stato lo tsunami finanziario a far affondare ogni sogno di rinascita e indipendenza: durante la grande crisi il titolo ha perso un terzo del suo valore, troppo perché Yang potesse giustificare la sua strategia. Facile ora aspettarsi che Microsoft torni alla carica: l’azienda di Bill Gates ha un disperato bisogno della piattaforma tecnologica e dei milioni di utenti di Yahoo! per reggere la competizione con Google. Tanto più che potrà acquistarla a una cifra ben più bassa rispetto all’offerta di pochi mesi fa. Certo, molto dipenderà da chi sarà l’uomo chiamato a succedere a Yang: è già partita la girandola di nomi, con la maggior parte dei candidati che provengono dai soliti giri dei colossi tecnologici e dei media statunitensi e che probabilmente invertiranno di nuovo la rotta cercando accordi con terzi e tagliando gli investimenti in tecnologia.
Quel che è certo, comunque, è che le dimissioni di Jerry Yang non rappresentano solo il finale di partita di un «grande visionario della rete» (come è unanimamente riconosciuto in Silicon Valley), che pensava di resistere agli attacchi incrociati della finanza, puntando tutto sulla carica innovativa di una tecnologia in grado di cambiare la vita agli utenti. È anche il fallimento di un modello imprenditoriale che sognava di far convivere la spinta libertaria e un po’ anarchica dei primi anni del web con il mondo del business. E così, molto probabilmente, i destini della rete si ritroveranno nelle mani di Google e Microsoft, i due soli grandi colossi che sono riusciti a resistere. Evidentemente in rete non c’è più spazio per un terzo soggetto autonomo, in grado di sparigliare le carte e rendere più aperto il mercato.
http://www.totem.to

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