La cultura virale secondo Bill Wasik

ottobre 4, 2009 alle 7:50 pm | Pubblicato su Il nuovo mondo | Lascia un commento

bill_wasikArticolo pubblicato su Chips&Salsa/Il Manifesto del 03 Ottobre 2009

La fabbrica dei virus

Dall’ideatore del primo flash-mob, Bill Wasik, arriva un libro che racconta dall’interno la nascita (e le degenerazioni) della cultura virale online. Dai contenuti generati dal basso alla pubblicità, passando per la politica e l’informazione.

di Nicola Bruno

L’appuntamento era per il 17 Giugno 2003 davanti ai grandi magazzini Macy di Manhattan. Le indicazioni ricevute via mail da un tale “Bill” erano poche, ma dettagliate: arrivare alle ore 17:27, non un minuto in più, né uno in meno; salire al reparto “casa” e circondare un tappeto da 10.000 dollari; se interpellati da un commesso, ripetere tutti la stessa formula («Viviamo in una comune fuori New York, vogliamo acquistare il tappeto dell’amore»); alle ore 17.37 sciogliere le fila e disperdersi.
Alla domanda «Perché mai dovremmo partecipare? », la mail rispondeva in modo ambiguo: «Perché lo fanno tutti». E tanto bastò quel giorno a radunare circa un centinaio di persone e far nascere così il primo flash mob.
Negli anni a venire abbiamo visto molte varianti di questi incontri pseudo-spontanei: dai pillow-mob (battaglie di cuscini), ai love-mob (baci con gli sconosciuti), fino agli ultimi pod-mob (ritrovarsi in una piazza con l’iPod nelle orecchie e ballare ognuno per contro proprio). Tanto che ormai anche le grandi aziende hanno preso ad organizzarne, nei loro tentativi di marketing non convenzionale.

Se tutto ciò è ormai storia nota, forse non tutti conoscono però le motivazioni che c’erano dietro il primo flash-mob. Più che una celebrazione del potere delle masse che, grazie al tam-tam di internet e dei telefonini, in poco tempo riescono ad organizzare una manifestazione stravagante, le intenzioni dell’ideatore erano ben altre: prendere in giro il clima di conformismo culturale dei nostri tempi attraverso un esperimento in cui si invitavano decine di persone a partecipare ad azioni senza senso, compiute solo perché “cool”.

Semplice effetto gregge, quindi, unito al “bisogno di raccontarci storie nuove, anche quando di nuovo non c’è proprio niente», spiega oggi Bill Wasik (questo il cognome dell’ideatore del primo flash-mob), giornalista di Harpers Magazine e autore del recente And then there’s this. How stories live and die in a viral culture (Viking Press). Un volume in cui Wasik ripercorre la storia dei primi flash-mob per arrivare ad allargare il discorso su un tratto emergente delle cultura contemporanea: la viralità, ovvero la tendenza a esprimere le idee (siano esse artistiche, politiche, giornalistiche) in maniera accelerata e contagiosa, esponenziale. Come un virus, appunto. Ma dalla vita molto breve.

Nanostorie
Le idee, soprattutto quelle rivoluzionarie, da sempre si diffondono secondo un modello epidemico (Dio e il comunismo rappresentano due ottimi esempi di virus ante-litteram). Ma con l’arrivo delle tecnologie digitali, ora la viralità compie un ulteriore balzo in avanti: si afferma come un vero e proprio «genere della comunicazione», trasversale ai contenuti che veicola e tutto incentrato sulle «nanostorie».
E non parliamo solo dei filmati con neonati che ballano in salone con il pannolino (è questo l’ultimo video che sta facendo impazzire la rete). O del ragazzino-fenomeno che a otto anni palleggia con la pallina da tennis come Maradona (altro tormentone recente), dei gatti che suonano il pianoforte e le migliaia di altre “paperissime” viste e riviste su YouTube. La cultura virale sta uscendo dalle camerette degli adolescenti, per infiltrarsi dappertutto. Nelle aziende, in politica, nel mondo dell’informazione, è partita la caccia alla «storia più cliccata, l’articolo più citato, la foto più strana». Tutti ossessionati dallo scovare per primi (o, al limite, costruire a tavolino) la prossima nanostoria.

Media Mind
Come riconoscere una notizia virale? Secondo Wasik, sono quattro le caratteristiche di una nanostoria: 1) Velocità: si diffonde in pochissimo tempo e in più contesti, dal blog sconosciuto al Tg della sera; 2) Stravaganza: non basta scovare qualcosa di nuovo; meglio spararla grossa, puntare sull’insolito e il bizzarro, ma sempre con leggerezza; 3) Evanescenza: dopo un picco improvviso, inizia a sgonfiarsi con la stessa velocità con cui si è diffusa. E fin qui niente di nuovo rispetto a quanto già visto in tv in questi anni.
Più recente, e tipica della cultura digitale, è invece la quarta caratteristica, quella che Wasik definisce “Media Mind”, e cioè la forte consapevolezza che ciascuno di noi ha dei meccanismi virali: «Internet è rivoluzionaria non perché ha democratizzato il modo in cui facciamo cultura, ma per le tecnologie di monitoraggio che mette a disposizione di chiunque». La possibilità di poter misurare tutto in termini di feedback (numero di visite, commenti ricevuti, citazioni sui blog) cambia il nostro rapporto la cultura: «Ogni utente diventa l’equivalente di un esperto di marketing», con il bizzarro paradosso di un effetto-gregge che si ripete a catena: basta guardare un video virale (non a caso si presentano sempre con questa definizione) perché ciascuno di noi si senta parte del processo, una causa della sua popolarità.
Se rispetto alla tv avevamo un approccio da scuola elementare – ha notato un critico americano – ora è come se fossimo tutti studenti di Scienze della Comunicazione: non solo guardiamo, clicchiamo, ma siamo diventati bravissimi ad analizzare le regole di questa cultura per poi metterle subito in pratica.

Informazioni in loop
E’ così che, sostiene Wasik, ci stiamo lentamente inoltrando nell’ «età del modello»: le nostre analisi della cultura, stanno diventando più importanti dei contenuti stessi. Il metodo vince sul merito (“O’ famo virale», direbbe oggi Verdone per prendere in giro una delle richieste più frequenti che le grandi aziende fanno alle agenzie di comunicazione). Emblema di questa trasformazione che tocca da vicino il rapporto tra politica e informazione è, secondo Wasik, The Politico (quotidiano statunitense di poliica, spesso osannata per essere la prima fonte consultata dagli strateghi della Casa Bianca). Fondato da quattro ex-giornalisti del Washington Post e sbarcato online alla vigilia delle ultime presidenziali, The Politico ha inseguito da subito il nuovo mantra della comunicazione virale. Prima di essere pubblicata, una notizia deve rispondere a tre requisiti: a) sarà essere una delle storie più inviate via mail?; b) verrà ripresa dai blogger?; c) i nostri concorrenti saranno costretti a seguirci? Niente a che vedere con lo stile compassato del Washington Post, ma forse neanche con il giornalismo vero e proprio, tanto che al Nieman Journalism Lab di Harvard da tempo si chiedono se non sia meglio definire testate come The Politico e l‘Huffington Post come «aziende di meme» e non società editoriali.

Anti-virus
And then there’s this è un libro convincente (e spesso divertente) anche perché riporta decine di aneddoti di pessima comunicazione virale, in qualsiasi ambito. Manca invece del tutto una buona analisi dell’altro lato della medaglia: ad esempio, la protesta dei green in Iran deve molto al passaparola scattato con i telefonini; la consapevolezza dei meccanismi virali sta portando gli adolescenti a sviluppare un’atteggiamento meno passivo nei confronti dei media?

Poco efficaci sono anche le soluzioni suggerite da Wasik per difendersi dall’eccesso di cultura virale. «Unplug yourself», consiglia nell’ultimo capitolo. E cioè: staccati da tutte queste nanostorie appiccicose, concediti un giorno a settimana senza internet. Una sorta di ritirata, di monacismo digitale, che rivela anche un forte senso di impotenza. Il paradosso, di essere circondati da virus, ma non disporre ancora di un anti-virus.

Articolo pubblicato su Chips&Salsa/Il Manifesto del 3 ottobre 2009

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