Nirvana per tutti

ottobre 12, 2009 alle 7:41 pm | Pubblicato su Il nuovo mondo, Media | Lascia un commento

D_Repubblica_Indie_CultureArticolo pubblicato su D – La Repubblica delle Donne di sabato 10 ottobre 2009

Nirvana per tutti

Band e poeti del movimento indie? Oramai sono assimilati e amati da qualunque pubblico. Ma allora, qual è il ruolo degli (ex) artisti indipendenti?

di Nicola Bruno

L’indie è morto, viva l’indie. Cosa resta del movimento che, diversi anni fa, prometteva di dare uno scossone al mondo dell’arte e della cultura? È ancora vivo e vegeto sulla scena underground oppure, nel momento in cui ha ceduto alla tentazione del trendy, si è avviato verso un lento declino?
Dopo tanto sottobosco (le sue radici affondano nella cultura hippie e punk), l’indie ha conosciuto un improvviso successo agli inizi degli anni ’90. Non solo nella musica, ma anche nel cinema, nella letteratura, nel giornalismo, nel design, fino a diventare una filosofia di vita (all’insegna del fai-da-te creativo e di un fiero spirito anti-corporate) e una moda di massa: jeans strettissimi, All Star colorate e walkman alle orecchie, magari ascoltando a tutto volume Slanted and Enchanted (album d’esordio dei Pavement, una pietra miliare per gli indie duri e puri).
Disco che, non a caso, dà il titolo anche all’ultimo libro di Kaya Oakes, Slanted and Enchanted. The Evolution of Indie Culture (Holt Paperbacks). L’autrice ha vissuto in prima persona tutte le fasi del movimento: ha pubblicato poesie per case editrici indipendenti, diretto un’eclettica rivista ormai chiusa (la pluripremiata Kitchen Sink) fino a diventare docente a Berkeley. Anche lei, insomma, è un po’ l’emblema dell’alternativo che si è fatto mainstream. A quale prezzo?

Da Cobain al fast food
“Mai come oggi la linea di demarcazione tra indie e mainstream è stata così confusa”, riconosce Oakes. “Tutto è iniziato quando i Nirvana sono diventati popolari, all’inizio degli anni ’90. È stato allora che molte etichette, riviste e case editrici di fumetti si sono ritrovate sotto i riflettori di un pubblico globale”. Ed è stato a quel punto che è partito prima il saccheggio delle idee, poi la cooptazione vera e propria (ogni major e casa editrice ha ormai una divisione indipendente). “Il che ha spesso significato uno sfruttamento più o meno velato. Il peggiore è stato quello dei gruppi Riot Grrrl (genere hardcore punk, caratterizzato da un forte impegno femminista, ndr). Al momento della comparsa hanno avuto forte risalto sulle riviste e nelle gallerie d’arte. Quanto è bastato perché il fenomeno venisse intercettato dalle major. E così sono subito arrivate le Spice Girls: con il loro girl power proponevano una versione decisamente più annacquata (e costruita a tavolino) del femminismo. Poco dopo sono comparse decine di donne rocker arrabbiate, come Alanis Morissette o Meredith Brooks, portavoci di una versione falsa e morbida del femminismo, ma comunque trendy. Il tutto, ovviamente, ha lentamente portato i gruppi di Riot Grrrl a scomparire”. Gli esempi di mimetizzazione indie messi in campo dalle grandi corporation non finiscono qui: si vedano le catene di caffetterie e fast food che fanno debranding (cioè lanciano sotto-brand con un alone più “autentico”), o quelle di abbigliamento che sfruttano la creatività di giovani designer indipendenti. Non solo green-washing, quindi, bisogna fare attenzione anche all’indie-washing!

Bassa fedeltà 2.0
Eppure, una volta tanto, non è tutta colpa delle grandi corporation. Ad accelerare il processo di disgregazione ci si è messa anche la tecnologia. Se è vero, come spiega Kaya Oakes, che “a rendere qualcosa davvero indie sono i mezzi di produzione scelti, che devono essere semplici, a basso costo e unici (in contrapposizione a quelli seriali e ad alta fedeltà della produzione di massa)”, dove comincia e dove finisce l’indie, ora che le tecnologie digitali permettono a chiunque di fare a meno delle major? Ormai basta un profilo su MySpace e YouTube per presentarsi come un artista indipendente. La bassa fedeltà (lo-fi) di cui sono stati apripista i Pavement è dappertutto: video sgranati girati nel salotto di casa, tracce registrate nel garage… Vai a capire, poi, quanto ci sia di autentico e ribelle in tutto ciò.

Vincitori e vinti
È per questo che c’è chi già guarda oltre: “Non ha più senso parlare di indie. Ormai il fenomeno è morto e sepolto”, dice Richard Eoin Nash, ex direttore di Soft Skull Press, storica casa editrice indipendente newyorkese. “Il che può andare anche bene, perché significa che alla fine abbiamo vinto. L’irresistibile declino delle major, della tv e dell’editoria tradizionale ne sono il segnale”. Se quindi le tecnologie digitali e Internet costituiscono, allo stesso tempo, il trionfo e la morte della cultura indie, cosa faranno ora gli ex artisti indipendenti? “È arrivato il momento di una Nuova Autenticità”, rilancia Eoin Nash. E cioè, di strumenti che permettano di difendersi dalle manovre di indie-washing delle grandi corporation, ma anche dall’inquinamento dell’indipendente-amatoriale 2.0. “Come ogni grande fenomeno culturale”, aggiunge Kaya Oakes, “anche quello indie segue percorsi ciclici. Dopo la disillusione, ora vedo di nuovo fermento. Sarà anche un effetto della crisi, ma ci sono sempre più persone interessate a creare, piuttosto che a consumare. È per questo che, in fondo, resto ottimista: più persone adotteranno lo stile indie, più si potrà scuotere dalle fondamenta il mondo dell’arte. E di questo, ora, c’è davvero un gran bisogno”. E dunque: indie is dead, long life to the indie.

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