Benjamin Mako-Hill e i blog per i prigionieri

dicembre 15, 2009 alle 9:34 pm | Pubblicato su Il nuovo mondo | Lascia un commento

Intervista pubblicata su D-La Repubblica.

DOMANDE A
Benjamin Mako Hill, ricercatore al Mit

29 anni, ricercatore al MIT di Boston, ma prima ancora hacker e attivista per le libertà online, Benjamin Mako Hill ha lavorato al progetto OLPC (il computer da 100 dollari) e fa parte del comitato scientifico di Wikipedia. Ora è impegnato nella realizzazione di “Between The Bars“, una piattaforma online per permettere ai detenuti di gestire un blog dal carcere.

Com’è nata l’idea di “Behind the Bars”, piattaforma online che permette ai detenuti di gestire un blog dal carcere?

“In tutti i penitenziari del mondo è proibito l’accesso a internet. Eppure ci sono alcuni carcerati (pochi, per il momento) che da tempo gestiscono un blog con buoni risultati. Ma è molto faticoso: i post vanno inviati per lettera ai familiari, che li trascrivono e poi li pubblicano online. Vogliamo rendere più veloce questo processo con una tecnologia di scansione e pubblicazione automatica, utilizzabile da tutti, dal momento che si basa su un software libero”.

Quali sono i vantaggi per i detenuti?

“Un blog può aiutare a mantenere vivi i rapporti con familiari e amici, ma anche con altre realtà esterne (gruppi, associazioni). Può far crescere il livello di impegno civile. In questo senso può pure essere un deterrente dal commettere altri reati, una volta usciti dal carcere. L’ex prigioniero non si sente sradicato dalla società, se ha coltivato dei contatti. Ma credo possa servire anche a noi che stiamo fuori, e tendiamo a demonizzare chi sta dentro. Grazie alle loro storie pubblicate online, possiamo avere un’immagine più umana, entrare nelle loro vite e comprenderne i problemi”.

Ci sono altri gruppi di emarginati tra cui sarebbe utile, secondo lei, promuovere l’uso di blog e social network?

“Tutte le categorie da sempre ignorate dai grandi media e adesso anche dalle nuove tecnologie: poveri, anziani, bambini, minoranze etniche. Con strumenti specifici per ogni esigenza”.

Come fa a seguire tanti progetti insieme?

“Tutti i lavori in cui sono coinvolto, sia sociologici che tecnologici, si muovono all’interno del movimento “free software”. Quello che mi interessa di più è oggi diffondere una migliore cultura sul tema. E, prima di sviluppare una tecnologia, chiedersi: chi la controlla?”.

Eppure il software libero fatica a affermarsi.

“Tra gli sviluppatori ha avuto un buon successo, ma ora bisogna convincere la gente comune. La crescita di Google e Facebook va nella direzione opposta: i nostri dati sono centralizzati nelle mani di queste compagnie. E i rischi di abusi possono essere molti”.

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