Due o tre cose su Paola Caruso (con De Gregori)

novembre 15, 2010 alle 2:43 am | Pubblicato su Il nuovo mondo | 1 commento

1. Innanzitutto non è vero come scrivono in tanti a proposito della storia di Paola Caruso che l’Articolo 2 è il contratto più lussuoso per un giornalista. Può esserlo, ma anche no. L’Articolo 2 è per molti versi simile all’Articolo 1. Stessi privilegi (pensione, assicurazione) e stessi diritti (maternità, malattia). L’unica differenza è che l’editore può derogare alle retribuzioni previste dal Contratto Nazionale. Può quindi essere usato sia per premiare il corrispondente di lusso a cui si vuole dare 8000 al mese, così come per il collaboratore sfruttato da anni per dargli i soliti 1000 euro al mese e qualche privilegio in più rispetto al co.co.co. E’ molto utile soprattutto per le aziende in stato di crisi che ufficialmente non possono assumere.

2. Lo sciopero della fame.  E’ una forma di protesta estrema, spiazzante, in grado di farti passare dalla ragione al torto. Molto probabilmente si rivelerà autolesionista per la carriera Paola.
Proprio per questo non penso che lei l’abbia usato come forma di ricatto per essere assunta al Corriere: come dicono tanti consiglieri “sgamati” dell’ultima ora, per questo avrebbe potuto percorrere strade molto più sicure (denuncia al tribunale del Lavoro).
Iniziando lo sciopero della fame ha invece (involontariamente) fatto da catalizzatrice di un malessere più generale. Ha trasformato quello che lei avvertiva come un’ingiustizia personale in un gesto in cui molti (dai cococo dei call-center ai “cervelli in fuga” all’estero) si sono identificati. In momenti come questi (rarissimi per la nostra generazione), il Personale diventa improvvisamente Collettivo, e lo fa in maniera prepotente, disperata, al di là dei contesti e dei distinguo.

3. Gli attacchi personali dovrebbero essere evitati come le adesioni incondizionate. Il loop “stiamo tutti con te” alternato al coro di “è solo una povera disperata” non fa che replicare le peggiori dinamiche di questi tristi anni berlusconiani.

Come diceva oggi Lucia Annunziata alla fine della bella intervista con il magistrato Annamaria Fiorillo, capita spesso (soprattutto quando c’è di mezzo una donna, ma non solo) che, per delegittimare la battaglia di un individuo più debole contro un sistema più forte, si metta in dubbio la sua sanità mentale (“è una sciroccata”). Ci si chiede “ma chissà cosa vuole veramente?”. Si va a guardare il colore dei calzini. Insomma, si colpisce la persona per delegittimare la battaglia.
Ecco, oggi a noi non ci dovrebbe interessare più di tanto la storia personale di Paola (che sarà contorta, complicata, ingenuamente wannabe come quella di ognuno di noi), ma la Storia di una generazione fin troppo rassegnata al “tanto rubano tutti alla stessa maniera” che finalmente si sveglia e prova a rompere un “silenzio così duro da masticare”.

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