Una giornata a codice aperto

aprile 1, 2009 alle 8:51 pm | Pubblicato su Il nuovo mondo, Tecnologia | Lascia un commento

Sull’ultimo numero di Chips&Salsa-Il Manifesto:

Se l’utopia resta fuori dal bazaar e dalla cattedrale
Dopo il matrimonio tra open-source e colossi commerciali, è caduto il muro di Berlino che divideva i programmatori free-software dal mondo dei sistemi proprietari. La figura dell’hacker in barba e sandali, un po’ santone un po’ anti-capitalista, è stata rimpiazzata dal programmatore in giacca e cravatta che lavora per le grandi multinazionali convertite al paradigma open. Ma cosa è rimasto della spinta etica di Stallman&Co.?

Una giornata a codice aperto
Piccola guida di sopravvivenza open-source. Fino a qualche anno fa sarebbe stato impossibile trascorrere 24 ore senza utilizzare tecnologie proprietarie. Oggi, con un po’ di attenzione, si può fare anche senza essere smanettoni…

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La follia di re Yang

novembre 19, 2008 alle 8:28 pm | Pubblicato su Media, Tecnologia | Lascia un commento

Dico subito che a me Yang stava molto simpatico. Nei 17 mesi da Ceo, ha fatto bene a spingere per un riposizionamento tecnologico della sua creatura (potenziamento e apertura della piattaforma): sul lungo periodo avrebbe pagato.

Eppure non ha saputo per nulla gestire il tracollo finanziario, come sottolineva l’Economist già una settimana fa. Le sue dimissioni sono un po’ la fine di un sogno o, a seconda dei punti di vista, di una follia: la tecnologia come motore dell’innovazione, capace di cavalcare il mondo della finanza, senza subirla.

Di seguito, una riflessione su Yahoo! e il post-Yang, uscita oggi su il manifesto

Yahoo! fine del sogno
Jerry Yang lascia la poltrona di amministratore delegato. Microsoft ritorna alla carica?
Nicola Bruno

Diciassette mesi trascorsi sulla poltrona più bollente della Silicon Valley «tra non poche distrazioni e sfide» (così recita il comunicato stampa ufficiale nel suo freddo burocratese). E un chiodo fisso: difendere a denti stretti l’indipendenza della società da lui fondata nel 1994, anche a costo di trasgredire i diktat degli analisti di Wall Street che caldeggiavano il più comodo matrimonio con Microsoft.
Di certo il coraggio e la coerenza non hanno fatto difetto a Jerry Yang che ieri ha detto addio alla poltrona di amministratore delegato di Yahoo!, colosso del web di stanza a Sunnyvale (California), sulla quale era tornato nel giugno 2007 nel tentativo di rincorrere Google che stava prendendo il largo nel mercato della pubblicità online.

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Riecco l’ebook

novembre 10, 2008 alle 1:41 pm | Pubblicato su Media, Tecnologia | 5 commenti

books_burningGrazie ad Antonio Tombolini, Luca Calcinai e Luigi aka Shinken (tabacchino-bibliofilo di Genova), ho testato alcuni e-reader che sono attualmente commercializzati in Italia. Per la precisione l’iLiad, il DR 1000 e il Cybook.

Nonostante le tante limitazioni (usabilità, formati), ero quasi tentato dal comprarne uno (il piccolo e comodissimo Cybook): la leggibilità è perfetta e poi la possibilità di portarsi decine di libri in giro su un unico dispositivo è allettante.

Ma poi mi sono detto: per leggerci cosa? In Italia non c’è ancora nessun mercato degli ebook o dei quotidiani elettronici. E per ora gli editori si guardano bene dal farne crescere uno. Come dire: niente a che vedere con quanto sta accadendo negli Stati Uniti, dove, come ci racconta Virginia Heffernan in questa bella recensione di Kindle pubblicata sul NYT, il consumo dei libri sta effettivamente cambiando.

Ne parlo nell’articolo pubblicato su Chips&Salsa/il manifesto di sabato 8 novembre.

Foto da Flickr: On Fire di Adriano Galante

Riecco l’ebook

Dopo 20 anni di insuccessi, l’industria tech ci riprova. Nuovi dispostivi di lettura promettono di rivoluzionare il mercato. Ma gli editori impongono i lucchetti e in Italia non mettono a disposizione i cataloghi.

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Real-economics o utopia solidale? + due post-it

marzo 15, 2007 alle 10:52 am | Pubblicato su Media, Tecnologia | Lascia un commento

Su VisionBlog (oltre che su Chips&Salsa) l’articolo che ho scritto per Il Manifesto.
Si accettano puntate sulla scommessa Carr-Benkler

Sempre dal Manifesto, due post-it.

Il primo è gran bell’articolo di Francesco Piccioni, “Un braccialetto per chi lavora” (E’ uscito qualche giorno fa e resterà online solo una settimana). Il braccialetto in questione è solo un pretesto di attualità per parlare di cose ben più importanti :

Viviamo in un mondo di merci che incorporano quote crescenti di tecnologia. Impariamo ad usarle, fino a non poterne fare a meno. Molte di queste ci hanno effettivamente «sollevato» da un numero incredibile di impegni fisicamente improbi (si pensi soltanto alla funzione rivoluzionaria della lavatrice nel protagonismo sociale delle donne), consegnandoci però ad altre e più sottili dipendenze. Ma ogni tecnologia ha «porte» che si aprono in entrambi i sensi: cosa passa da una parte all’altra – e soprattutto la possibilità di organizzare e «controllare» le reti – dipende soltanto dalla «potenza» del soggetto agente. Che difficilmente potrà mai essere il singolo, con il suo spartano hardware che gli permette di stare in connessione col mondo. E, in definitiva, sotto controllo.

L’altro post-it è l’articolo di CarliniL’illusione della democrazia attraverso i blog“, che espande e contestualizza anche all’Italia tutto il discorso su blog e autoreferenzialità affrontato anche nell’intervista a Lovink.

Sulle forme della democrazia e ancor più sull’illusione del voto in rete su ogni possibile decisione, la discussione è finita da tempo, dopo le ventate tecno-utopiche dei primi anni ’90 e chi frequenti l’insieme dei blog, specialmente quelli italiani, potrà avere conferma di quanto poco discorsiva, colloquiale e spesso vuota sia la suddetta blogosfera. Noterà come molti autori siano monomaniacali, autoreferenziali e autocitantesi, sovente pronti all’insulto, approssimativi nei giudizi. Persino alcuni tra i migliori giornalisti, da anni nel mestiere e nella rete, quando bloggano, si sentono in dovere di sfoderare fastidiosi toni colloquiali in prima persona, tipo «ho pensato che», «mi arriva una telefonata da ». Ma fai il tuo mestiere, viene da dire: dammi le notizie e il loro contesto, ché delle tue telefonate mi importa assai.

La spallata di Jobs

febbraio 7, 2007 alle 4:51 pm | Pubblicato su Tecnologia | Lascia un commento

Tra i tanti commenti e reazioni che hanno suscitato i pensieri di Jobs su musica e DRM, mi ha colpito questo lungo post di Winer.

Dave riflette sulla scelta di pubblicare il testo direttamente sul sito della Apple e non – come di solito fa Jobs – attraverso il NyTimes o Newsweek.
A parte il vantaggio in termini di immediatezza e di tempo (non ha dovuto aspettare che Markoff redigesse il pezzo/venisse approvato, etc), secondo Winer questa strategia ha permesso alle idee di Jobs di circolare meglio in rete e fuori (come infatti è stato… A proposito domani aspettatevi fiumi di inchiostro sulla stampa italiana che arriverà sulla notizia con le consuete 48 ore di ritardo: speriamo venga almeno approfondita un po’!) e senza il filtro di una testata giornalistica.

“Jobs wanted to communicate more precisely this time, without the filters of other media companies. To me the clear subtext of the Jobs piece is that Apple is today a media company. When the CEO goes direct to the people he wants to influence, without using other media to carry the story, something not too subtle has changed”.

Anche questa è disintermediazione. Winer dice che da oggi la Apple è una media company.
Estremizzando un po’ il suo punto di vista, a me sembra che Jobs abbia dato un’altra lezione di stile all’industria tradizionale (dell’informazione, in questo caso). E cioè: i media mainstream non stanno tra noi per “creare le notizie” (cosa che tendono sempre più a fare, pur di recuperare – momentaneamente – qualche lettore che si è perso), ma per riportarle e, al limite, approfondirle.

L’impulso nichilista dei blog

gennaio 16, 2007 alle 11:43 pm | Pubblicato su Tecnologia | 16 commenti

Interessante, chilometrico articolo (qui in pdf) di Geert Lovink pubblicato su Eurozine sulla natura sociale e filosofica del blogging.

Al solito il suo approccio teorico è originale e per molti versi (ma non in assoluto) illuminante e condivisibile.

Andando al di là di ogni retorica (citizen o partecipativa), Geert sostiene che i blog rappresentano un artefatto decadente attraverso cui il modello dei media di massa sta vivendo il suo declino.

Seppur opponendosi in maniera ideologica ai modelli top-down, i blog crescono e proliferano proprio all’interno delle logiche di questi modelli di cui costituiscono semplicemente l’ultima fase: quella nichilista.

Lovink tocca anche l’argomento dell’autoreferenzialità (o Homophily, come la chiamano i psicologi sociali) caratteristica di ogni comunità sociale, e che i blogger ancora difficilmente riescono ad accettare.

Estrapolo (e traduco a mo’ di aforismi) un po’ di passaggi attorno a cui si avvita il suo ragionamento. Sono interessanti, se non altro per un’ulteriore discussione:

I weblog sono i successori della homepage dell’Internet degli anni 90 e creano un mix di privato (diario online) e pubblico (pubbliche relazioni personali)

Nonostante i tanti tentativi di presentare i blog come alternativi ai media mainstream, spesso sono più precisamente descritti come “canali di ritorno”. (…) Ciò che i blog ordinari creano è una nuvola densa di impressioni intorno a un argomento. I blog ti dicono se il tuo pubblico è ancora sveglio e recettivo. I blog sono un test.

I blogger assomigliano più a un esercito di formiche che contribuiscono alla grande moltitudine chiamata “opinione pubblica”. Raramente i blogger aggiungono nuovi fatti a una notizia. Trovano buchi in un prodotto o in un articolo, ma raramente smascherano la ragnatela.

Il blogging non nè un progetto, nè una proposta, ma una condizione la cui esistenza è da riconoscere.

I blog stanno testimoniando e documentando il decrescere del potere dei media mainstream, ma non sono riusciti a sostituire la loro ideologia con una alternativa.

Secondo la filosofia utopica dei blog, i mass media sono condannati a morire. Il loro ruolo sarà preso dai “media partecipativi”. La diagnosi finale è stata fatta e stabilisce: le organizzazioni top-down non potranno funzionare a lungo, la conoscenza non può essere gestita, oggi il lavoro è collaborativo e reticolare. Ma, nonostante i tanti segnali di guerra, il sistema continua ancora a (dis)funzionare con successo.

I blog portano alla decadenza. Si suppone che ogni nuovo blog contribuisce alla caduta del sistema dei media che ha dominato il 20simo secolo. Questo processo non è quello di un’improvvisa esplosione. L’erosione dei mass media non può essere facilmente tracciata a partire dalle vendite stagnanti e dal declino dei lettori di giornali. In molte parti del mondo la televisione va ancora forte

Ciò che sta decadendo è la Credenza nel Messaggio. E’ il momento nichilistico, e i blog facilitano questa cultura come nessuna piattaforma ha fatto fino ad ora. Venduti dai positivisti come cronache dei citizenmedia, i blog assistono gli utenti in questo passaggio dalla Verità al Nulla.

Il messaggio stampato e trasmesso ha perso la sua aura. Le notizie sono consumate come un bene (commodity) con un valore di intrattenimento.

Invece di presentare ancora i blog come self-promotion, dovremmo interpretarli come artefatti decadenti che smantellano il potente e seduttivo potere dei media broadcast.

I blogger sono nichilisti perchè sono “buoni a nulla” (…) hanno trasformato la loro futilità in una forza produttiva. Sono i nothingist che celebrano la morte delle strutture di significato centralizzate e ignorano l’accusa che loro potrebbero produrre solo rumore.

Solitamente associato con con la credenza pessimistica che tutta l’esistenza è senza senso, il nichilismo dovrebbe essere una dottrina etica secondo cui non ci sono assoluti morali o leggi di natura infallibili e che la “verita” è ineluttabilmente soggettiva.

Visti dalla prospettiva della classe politica, i blogger possono essere strumentalizzati come “indicatori di opinione”. Ma, possono molto facilmente essere scaricati il giorno dopo come “pajama journalist” e ignorati come rumore.

Non importa quanto si parla di “community” e “mobs”: rimane il fatto che i blog sono utilizzati soprattuto come strumento per la gestione del sè.

I blog sono parte di una più ampia cultura che fabbrica celebrità a qualunque livello.

“Se democratizzi i media, poi finirai con democratizzare i talenti. La conseguenza non voluta di tutta questa democratizzazione, parafrasando l’apologeta del web 2.0 Thomas Friedman, è l’appiattimento culturale”. E Nicholas Carr aggiunge: “Alla fine ci ritroviamo con non molto che ‘il piatto rumore delle opinioni’ – l’incubo di Socrate”.

“Networking inizia e finisce con una pura auto-referenzialità” scrive Friedrich Kittler, e questa autopoiesi non è chiara da nessuna parte come nella blogosfera. I protocolli sociali di opinione, inganno e credenza non possono essere separati dalla realtà tecnica dei network, e nel caso dei blog questo finiscono col diventare routine.

Sembra che nel contesto del blogging, la costruzione autoreferenziale di un gruppo sia ancora un concetto nuovo.

E’ troppo facile che c’è una libertà di espressione e che i blog materializzano questo diritto. Lo scopo della libertà radicale è creare autonomia e sopraffare il dominio delle media corporations e il controllo dello stato, e non più essere disturbati dai loro canali.
La maggior parte dei blog mostrano una tendenza opposta. (…) Invece di una appropriazione selettiva, c’è una ultra-identificazione e dipendenza, in particolare rispetto alla velocità del riportare in presa diretta.

Il mio villaggio in 3B

novembre 10, 2006 alle 3:22 pm | Pubblicato su Tecnologia | 1 commento

Incuriosito da questo articolo di Wired, ho provato 3B e ho creato il “villaggio” dei miei preferiti in 3D.

To view my 3B village, please download the
3B browser.
Then click on the picture to open
NicoWorld village.

Beh, a colpo d’occhio l’effetto è davvero strabiliante, abituato come sono a sfogliare il web solo in due dimensioni. Non ho ancora approfondito tutto il lato “social” dell’appliccativo: si possono creare gruppi, chattare con gli altri avatar davanti alla prima pagina del nytimes, scambiarsi feed sulla spiaggia.

La gestione dei preferiti è ancora rudimentale (solo 50), quando si clicca su un sito si torna alle due dimensioni, i villaggi non sono molto popolati. Ma, così, giocandoci un po’, mi veniva da pensare che Second Life (e tutti gli altri MMORPG) non sono poi una moda passeggera, ma una nuova potenziale dimensione di sviluppo del Web.

Le 10 migliori bugie del web 2.0

novembre 8, 2006 alle 12:55 pm | Pubblicato su Tecnologia | 1 commento

Mentre a San Francisco si tiene la terza Web 2.0 Conference (che quest’anno ha addirittura cambiato nome in Web 2.0 Summit), Dan Fost stila un decalogo – davvero simpatico – delle 10 migliori bugie sul fenomeno.
Traduco da Fost (a cui ho rubato anche l’immagine soviet-style di Avidos)

1. Abbiamo capito la lezione dell’altra volta. E vediamo di far cassa prima che la bolla scoppi

2. Non c’è nessuna bolla. Gran bei party e cinque o sei dozzine di siti di social networking sono i sani indicatori di un nuovo boom.

3. E’ tutto community e condivisione. Ma abbiamo informato il nostro venture capitalist che la nostra strategia d’uscita lo renderà ricco (Corollario: devi conoscere qualcuno per venire alla nostra conferenza/party)

4. La pubblicità online coprirà tutte le spese. Come se il click fraud fosse una minaccia qualunque

5. Questi siti sono così facili. Anche mia madre potrebbe usarli. E poi sono talmente geeky che mia madre non ha nemmeno voglia di provare

6. Gli analisti ora sono affidabili. Come quello che disse MySpace avrebbe avuto un valore di 15miliardi di dollari in pochi anni – o quello che disse che il valore di un’azione di Amazon era di 400 dollari.

7. Non ci sono troppi social network – i giovani utenti sono sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo. E siamo contenti di dividerci il 17% di quelli che non si sono ancora incollati a MySpace

8. Il nostro sito è sempre in beta. E non uscirà dalla Beta fino a quando non capiremo come farci soldi, o vendere a Google o a chiunque venga prima

9. Siamo diversi da tutti gli altri siti. Ma abbiamo un nome stupido, API aperte, un po’ di tecnologia Ajax fica, e qualche caretteristica uguale

10. Non vediamo l’ora di lavorare con i nostri nuovi partner a Google. Prendi i soldi, consegna le chiavi e levati di torno. Ci pensano Larry e Sergey a gestire il tuo business ora

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