Emergenze 2.0, perché la Protezione Civile non usa i social media

novembre 19, 2013 alle 12:38 pm | Pubblicato su Il nuovo mondo | 3 commenti

Di seguito trovate l’estratto di un articolo che ho scritto per la rivista Problemi dell’Informazione a proposito di gestione delle emergenze online, sia a livello grassroot che istituzionale. La versione integrale dell’articolo può essere scaricata qui, mentre il numero completo della rivista (curato da Angelo Agostini) può essere acquistato qui.

La riflessione è scaturita dal terremoto in Emilia, ma è ancora attuale oggi. Dopo l’alluvione che ha colpito la Sardegna, in molti lamentano la mancanza di informazioni online da parte della Protezione Civile italiana. Proprio su questo tema a luglio 2012 ho intervistato il Direttore dell’Ufficio volontariato, formazione e comunicazione del Dipartimento della Protezione Civile. Ecco il resoconto dell’intervista.

L’assenza della Protezione Civile italiana viene invece spesso indicata come un anello mancante nelle dinamiche di networking, che finisce inevitabilmente col penalizzare gran parte delle iniziative che nascono in maniera spontanea. Dal Dipartimento di Palazzo Chigi sottolineano quanto sia più complessa – per motivi storici e culturali – la «macchina» italiana della Protezione Civile, con un sistema piramidale che si muove da Roma fino al sindaco del piccolo comune.
Ma allo stesso tempo assicurano anche che, già dopo l’alluvione in Liguria, è stata messa l’apertura di canali ufficiali per la comunicazione in tempo reale: «Attualmente abbiamo una pagina su Facebook che però non viene utilizzata per allertare in situazioni di crisi», spiega Titti Postigione, Direttore dell’Ufficio volontariato, formazione e comunicazione del Dipartimento della Protezione Civile. «Contiamo di aprire anche altri profili sui social media, soprattutto per informare i cittadini prima, durante e dopo le emergenze e prevenire i messaggi di disinformazione che inevitabilmente si ripresentano. Prima di farlo, però, vogliamo essere sicuri di poter gestire responsabilmente tutto ciò».
Giusta osservazione, unita anche alla consapevolezza che «tutto ciò deve andare ad inserirsi in una struttura distribuita. La Protezione Civile non è solo l’ufficio centrale di Roma, ma anche migliaia di Comuni, Province, Regioni, volontari sparsi sul territorio. Per offrire una corretta gestione dell’emergenza bisogna che un po’ tutti gli enti aprano i loro canali».
Un po’ come stanno facendo a Bologna, ad esempio, o nella provincia di Modena, dove l’Assessorato alla Protezione Civile si è attivato alcuni giorni dopo il sisma lanciando il progetto «Un tetto per la Bassa» per gestire online la domanda e l’offerta di posti letto.
Ad ogni modo, siamo ancora lontani dalle esperienze più avanzate dei vigili del fuoco di Los Angeles dove i social media costituiscono un canale di diffusione, alert e gestione della crisi da affiancare agli altri già esistenti. Possiamo comunque essere certi che, sotto la pressione dei cittadini connessi, delle prime amministrazioni illuminate e, magari, degli hacker impegnati sullo sviluppo di nuovi software, si stiano già compiendo i primi passi verso una gestione delle emergenze che in futuro passerà sempre di più dai social media.

PS: Segnalo anche che, proprio nei giorni scorsi, la Protezione Civile ha organizzato una Giornata di Studio dal titolo: “La protezione civile e i social media: comunicare il rischio e il rischio di comunicare”. Qui il programma e qui un articolo sulla giornata.

“Qui non si tratta del Dipartimento che entra nei social media e si racconta, – ha affermato Titti Postiglione, responsabile dell’Ufficio Volontariato e comunicazione DPC – ma si tratta di fare il mestiere del coordinamento, che è il nostro mestiere, e di applicarlo alla comunicazione. Noi non vogliamo che il DPC sia il gestore dei social in materia di protezione civile ma occorre assolutamente costruire una rete. Bisogna capire come le comunicazioni che arrivano dal territorio possono essere utilizzate e gestite, dobbiamo fare un patto con i cittadini e costruire un rapporto in tempo di pace”. “Social media sì – dichiara Titti Postiglione – ma in maniera sostenibile dal sistema”.

3 commenti »

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